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isolamento

Nella sezione figurano contributi e testi sul tema dell’isolamento, esaminato secondo differenti prospettive e in relazione a differenti contesti storicogeografici.

Maria Eugenia Cadeddu,

Insularità / isolamento. Note sulla Sardegna

In passato, quanti si sono occupati di esaminare le condizioni di arretratezza socio-economica della Sardegna hanno indicato fra le cause di tale situazione i suoi caratteri di isolamento, in riferimento sia alle relazioni esterne sia alle divisioni morfologiche dell’interno. Tali caratteri avrebbero contribuito anche a preservare le tradizioni più antiche, rendendo l’isola refrattaria a ogni azione esteriore ed estranea agli sviluppi della storia europea. Si tratta di un’interpretazione che ha accomunato studiosi italiani e stranieri, influenzata anche dai modi di vita arcaici della Sardegna, dai suoi suggestivi e disabitati paesaggi, dagli esiti ottocenteschi della sua storia. Senza negare gli elementi conservativi dell’isola, è tuttavia evidente che proporre specifiche situazioni come modelli, validi per la totalità del suo passato e per ogni sua area, rischia di costituire il presupposto da cui far derivare ogni spiegazione piuttosto che essere l’esito di approfondite indagini.

Paolo Forlani, Mediterraneo, 1569

Del resto, quali significati attribuire al termine ‘isolamento’, quali termini privilegiare per definire un luogo ‘isolato’? È possibile restare isolati nel Mediterraneo, fin dall’Antichità luogo di scambi e migrazioni?

È difficile propendere per un’immagine della Sardegna solitaria e appartata nei secoli VIII-VII a.C., epoca della fondazione dei centri fenici, crocevia di transazioni commerciali fra Oriente e Occidente; e risulta difficile anche per la successiva età romana, quando scali e prodotti sardi sono parte del vasto quadro delle relazioni medi-terranee.

Riguardo all’isolamento interno, si può considerare il caso dell’Ogliastra, regione montuosa e poco abitata della Sardegna centroorientale, situata fra il massiccio del Gennargentu e il mare. Per le sue peculiarità morfologiche e la dislocazione entro frontiere naturali, l’Ogliastra appare come un’area isolata nel contesto geografico sardo, tanto che il conte Alberto Ferrero della Marmora nell’Itinéraire de l’île de Sardaigne (1860) la definì «une l’île dans une l’île».

I caratteri di isolamento dell’Ogliastra, che hanno accompagnato nei secoli il suo divenire storico, risultano comprovati anche dalla struttura genica dei suoi abitanti, da tempo al centro di importanti ricerche di medicina e genetica. Secondo un recente studio dell’Istituto di Ricerca Genetica e Biomedica del CNR, la popolazione ogliastrina conserva tratti genetici presenti nel continente europeo oltre 7 mila anni fa: il suo DNA mostra cioè una forte affinità con quello estratto da resti ossei rinvenuti in siti archeologici neolitici e preneolitici, evidenziando una continuità genetica non facilmente riscontrabile in altri luoghi.

L’isolamento non ha comunque rappresentato per l’Ogliastra un limite insormontabile. In epoca medievale e moderna, per esempio, non risultò un impedimento per l’influsso delle culture iberiche e la diffusione delle lingue catalana e castigliana.

La definitiva annessione fra i domini della Corona d’Aragona agli inizi del XV secolo, significò per la Sardegna un cambio notevole, con effetti sociali e culturali destinati a permanere anche nel periodo successivo all’assegnazione del regno sardo ai Savoia, nel 1720: ancora oggi tali effetti sono visibili nel patrimonio artistico e letterario isolano, nelle espressioni di religiosità popolare, nei contributi delle lingue catalana e castigliana al sardo. Come altre zone remote della Sardegna, l’isolata Ogliastra non restò esclusa da questo processo di ‘iberizzazione’ dalle molteplici gradazioni e prospettive, come attestato anche dal largo impiego del catalano e del castigliano nelle locali scritture documentarie di epoca moderna.

Testi

Maria Eugenia Cadeddu, Insularidad, aislamiento, rutas. Notas sobre la Cerdeña de los siglos bajomedievales, in A. Fábregas García (ed.), Islas y sistemas de navegación durante las edades media y moderna, Granada, 2010, pp. 413-438

Maria Eugenia Cadeddu, Isolamento e plurilinguismo. Il caso dell’Ogliastra in Sardegna (secoli XVII-XVIII), in M.E. Cadeddu, C. Marras (a cura di), Linguaggi, ricerca, comunicazione. Focus CNR, Roma, 2019, pp. 13-26

Alberto de la Marmora, Itinéraire de l’île de Sardaigne, pour faire suite au Voyage en cette contrée, Turin, 1860, II


Annarita Liburdi,

L’egemonia dell’isolamento fisico sulla cultura. Il caso dei monti Appalaci

Si presenta una ricerca di Ellen Churchill Semple (1863-1932) – primo presidente donna dell’Associazione dei Geografi Americani – che ha fortemente contribuito allo sviluppo degli studi di geografia umana ed è stata molto attiva nel dibattito sul determinismo ambientale. Le aree interessate dalle sue ricerche sono il Kentucky e le regioni del Mediterraneo. The Anglo-Saxons of the Kentucky mountains. A study in anthropogeography, pubblicato nel 1901 e ristampato nel 1910, analizza una piccola comunità di frontiera quale quella dei Monti Appalaci meridionali, attraverso la lente dell’isolamento.

La regione fisica dei Monti Appalaci si estende nella parte orientale dell’America del Nord, parallelamente alla costa atlantica, occupando una diagonale che va dall’isola di Newfoundland, in Canada, alla regione centrale dell’Alabama, negli Stati Uniti. I primi abitanti erano migranti provenienti dalle antiche contee inglesi del Cumberland, Westmorland, Northumberland, Durham, Lancashire e Yorkshire nonché dall’area scozzese delle Lowland. Secondo lo stereotipo americano gli abitanti degli Appalaci sarebbero analfabeti, rozzi e, a causa delle numerose faide tra i diversi clan, anche molto violenti.

Elihu Barker, Map of Kentucky from Actual Survey, 1793

The Anglo-Saxons of the Kentucky mountains racconta come la durezza del paesaggio sia già anticipata dai nomi che i montanari attribuiscono ad alcune località, come Troublesome, Hell Creek, Upper Devil o Lower Devil. La ferrovia costeggia la regione ma non l’attraversa e le strade sembrano fatte solo per rendere problematici i trasporti. Viaggiare è così difficile che gli abitanti sono tagliati fuori non solo dal resto del mondo ma anche tra di loro:

We met one woman who, during the twelve years of her married life, had lived only 10 miles across the mountain from her old home, but had never in this time been back home to visit her mother and father.

L’idea che la catena montuosa abbia agito come una vera e propria barriera fisica, segregando i montanari all’interno e impedendo agli esterni di attraversarla si presenta costantemente nel corso del testo. Eppure Ellen Semple segnala che, nonostante le dure condizioni di vita, i montanari del Kentucky sono attaccati alla loro terra: «Comparatively few emigrate, and many of them come back» e proprio nell’analisi delle cause di questo legame trova espressione il determinismo ambientale che caratterizza la sua attività di ricerca:

either from love of the mountains or because the seclusion of their previous environment has unfitted them to cope with the rush and enterprise of life in the lowlands.

Lungi dall’essere unicamente connotato come motivo di esclusione, l’isolamento diviene essenziale alla tutela del patrimonio linguistico e letterario. Così Ellen Semple racconta di una comunità che parla ancora un inglese simile a quello dell’età elisabettiana, anche se ormai sono scarse le tracce dell’uso del pronome personale ‘hit’, di chauceriana memoria, al posto di ‘it’. Il modello letterario di riferimento è quello delle ballate degli anglosassoni:

Animated by the spirit of minstrelsy, the mountaineers have composed ballads on the analogy of the ancient.

Perciò la ballata di Barbara Allen, popolare nella Gran Bretagna del XVII secolo è ancora diffusa tra i montanari degli Appalaci dei primi anni del Novecento ed è sopravvissuta fino agli anni ’70, quando è stata riscoperta e diffusa in tutto il mondo dai cantanti di musica folk. La ballata tragica di Little Sir Hugh o, come è anche conosciuta, The Jew’s Daughter (Jewes Lady nel testo di Simple) ricalca il racconto della priora The Prioress’s Tale tratto dai Canterbury Tales di Geoffrey Chaucer. La tradizione orale di queste ballate è riservata alle donne:

So far as we were able to judge, the women are the chief exponents of mountain minstrelsy.

La conclusione del trattato è esplicita:

The whole civilization of the Kentucky mountains is eloquent to the anthropogeographer of the influence of physical environment for nowhere else in modern times has that progressive Anglo-Saxon race been so long and so completely subjected to retarding conditions; and at no other time could the ensuing result present so startling a contrast to the achievement of the same race elsewhere as in this progressive twentieth century.

Testi

Geoffrey Chaucer, The Prioress’s Tale, in The Canterbury Tales of Chaucer ..., by T. Tyrwhitt, London, 1822, vol 3, pp. 58-68

Ellen Churchill Semple, The Anglo-Saxons of the Kentucky mountains. A study in anthropogeography, «Bulletin of the Geographical Society», 1910, vol XLII, n. 8, pp. 561-593


Ultimo aggiornamento 28/04/2020

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