Tommaso Campanella, Lettere, n. 10

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AL RE DI SPAGNA FILIPPO III

Napoli, fine d’agosto 1606

Potentissimo re ecc.,

a nome dell’omnipotente Sapienza oda queste parole per la salute universale
esaminile bene. Amplifichi ormai Vostra Maestà cattolica i pensieri
e fatti, ché già è venuto il tempo – secondo il ciel dimostra nelle congiunzioni
magne, nei solstizii, equinozii, obliquità, eccentricitati e apogei
mutati in suo favore, e secondo ogni profeta dice, e filosofo e poeta di tutte
nazioni – che l’imperio suo s’abbia con la fede universale in tutto l’universo
spandere. Pare ad Aristotelici questo impossibile, ma non a chi fece un padre
solo del mondo, un re, un sole e una legge naturale; e che disse per li
suoi profeti: «Erit rex imperans omnibus unus» ecc., «et erit Idumaea possessio
eius et omnes nationes» ecc., «et omnes principes terrae adorabunt
regem Israël» ecc., e: «gens et regnum quod non servierit tibi, peribit».
La Vostra Maestà è il braccio dritto dell’imperio del Messia, e ’l sommo
Pontefice il capo: a Vostra Maestà tocca la spada del regimento di David,
a Sua Beatitudine la legge.

Però non si sgomenti delle turbulenze ch’hanno a nascere sopra la terra
grandissime; ché queste son occasion di trionfo e d’unire i principati divisi,
avendo Dio con sé, che disse: «Me insulae expectabunt et brachium meum
sustinebunt». Questo braccio portò la legge aspettata nell’isole e nel Mondo
Nuovo, e pose il culto divino a torno del mondo; però lasci Vostra Maestà
ogni ragion di Stato umano e segua le promesse divine, ch’a lui sta dar e
toglier li regni. Quanti seguino la ragion di Stato, tutti roinano de subito,
ché si credeno saper più che Dio. Già son finite le monarchie terrene, già
sta per ruinar l’anticristianesmo di Macometto, già s’è visto far da Spagnoli
quel ch’è scritto: «Exultabunt sancti in gloria. Exaltationes Dei in gutture
eorum et gladii ancipites in manibus eorum ad faciendam vindictam in nationibus
et increpationes in populis, ad alligandos reges eorum in compedibus
et nobiles in manicis ferreis».

Ché non solo il Cortese ha fatto questo, ma per tutto il giro del mondo
da’ Spagnuoli s’è visto; e che sono come fuoco a mezzo la paglia e come leoni
in mezzo alle pecore, secondo profetò Michea. E or sarà quel che dice
Zacaria:«Suscitabo filios tuos, Sion, super filios tuos, Graecia, et ponam
te quasi gladium fortium. Et dominus Deus super eos videbitur et exibit
sicut fulgur iaculum eius: et Dominus in tuba canet et vadet in turbine austri».
Tutte le apostasie delle nazioni d’Europa son permesse dal Signor
Dio per giustificar le imprese di Spagna; ed esser voluntà divina si vede, perché
quando mai pensò Spagna col suo giudicio e forze trovar e occupar un
Mondo Nuovo? unir due corone di Castiglia e Portogallo che cingono l’universo?
insertar casa d’Austria e di Spagna fra due corone d’Aragona e Castiglia,
ed ereditar tanti regni e unire senza guerra? e tanto oro e argento
acquistare senza pensarci?

Questo profetò Isaia: «Me insulae expectabunt et naves maris in principio,
ut adducam filios tuos (praedestinatos ad fidem) de longe, argentum
eorum et aurum eorum cum eis» ecc.; «et aperientur portae tuae iugiter, ut
afferatur ad te fortitudo gentium et reges earum adducantur». Qui parla
alla Chiesa, e Spagna è una parte di Chiesa principale; e quanto acquista,
professa d’acquistarlo al Messia e sottoponerlo al suo vicario, però sempre
vincerà; e quante volte seguì la ragion di Stato, come fece in Fiandra, ha
perduto. Dunque, riconosca la spada e l’imperio da Dio e dal vicario, come
fe’ Carlo Magno, ché ogni cosa li verrà in mano, non pensando; ma se poi
farà, come li figli di Carlo, a sé gloria e usurpazione, perderà come quelli.
Or si vede, altissimo re, che quel ch’io ho scritto e predicato, si verifica
della ruina d’Italia e mutamento della santa Chiesa, e tutto a gloria di Spagna,
che pigliarà la sua difesa e la rinoverà con l’aiuto di Dio in Terra Santa.
Faccia animo a’ suoi, predicando questa dottrina, ché li rumori presenti fan
per lei.

Ma Domenedio, per segnalare quel ch’io dico, m’ha lasciato travagliare
otto anni come ribello ed eretico. Accusa antiqua non solo contra i profeti,
sendo scritto contra Amos profeta: «Rebellat contra te Amos, o rex»; e: «Moriatur
Ieremias quare prophetavit contra domum hanc», e: «fugit ad Chaldaeos»,
ora ad Turcas; e di Isaia e Michea e altri, morti per ragione di Stato,
si leggono sempre questi titoli: «Benedixit Deo et regi»; e degli apostoli lo
medesimo; e di nostro signor Giesù: «Blasphemat» ecc. e «contradicit Caesari»;
pur di san Atanasio e Crisostomo e Tomaso ecc.; ma anche contra
tutti filosofi santi in legge di natura si legge questa querela, come Platone
e Senofonte dicono in difesa di Socrate. Talché Vostra Maestà può stimar
ch’io possa esser un di questi; e se spesso fui travagliato, fûr anche li santi
più spesso: ed è scritto: «Vidi iustos quibus mala eveniunt, quasi opera egerint
impiorum»; e la Sapienza dice che «timorem et metum et probationem
inducet super eum, et cruciabit eum in tribulatione doctrinae suae donec tentet
eum in cogitationibus suis».

Le cogitazioni mie, Sacra Maestà, da fanciullo furon sopra questa rinovazion
di secolo; e mi mossi dalle parole di san Vincenzo, di santa Brigida,
di santa Caterina, di san Gregorio, dell’abbate Gioachimo e d’altri astrologi
e filosofi d’ogni nazione; e perché parlai di questo a tempo che fûro in Calabria
le inondazioni, terremoti e comete, e tanti officiali scommunicati, fui
preso per sospetto, non per le parole mie, ma di fra Dionisio Ponzio, chi
volea uscir in campagna per ammazzar certi frati chi fecero ammazzar
suo zio, come per molti processi costa, e si servia delle mie parole, come
gli eretici di quelle di san Paolo, per mover genti a quest’effetto, non per
ribellare. Ma il fiscale don Luigi Sciarava, scommunicato, avvisato da quelli
rivelanti ch’erano sequestrati per debito, si pensò che fosse ribellione fatta
da clerici per le tante dispute ch’erano di giurdizione e città interdette e baroni,
e fece un processo secreto, e ci pose anche il governator don Alonso de
Roias e vescovi e prelati. E noi, per scampar la vita alle prime furie, fu bisogno
dir ch’eramo eretici, per non parer esser mandati dal Papa. Questa
eresia poi si vide esser vanità e industria per venir a Napoli e non morir
in Calabria senza processo; e tutti fûro liberati.

Io non ho testimonio alcuno contra, se non Maurizio, che fu ingannato
sotto parola della vita dopo molti tormenti, quando andava a morire, e disse
mille bugie: gli altri sono per detto fra Dionisio, che negò ogni cosa, fuggì e
si fece turco per disperazione, ma non credea a quella setta. Né deve a me
pregiudicare, sendo scritto: «Erunt duo in eodem lecto, unus assumetur, alter
relinquetur», ed: «ex nobis exierunt, sed non erant ex nobis, nam permansissent»
ecc. Si vede poi di me il contrario in tutta la vita; perché, oltre
li molti libri ch’ho fatto di teologia e filosofia contra Gentili ed eretici, e con
tanti travagli, chiamato da loro, mai non ho voluto passar in Germania. Ho
di più composto un libro Della monarchia cattolica, dove mostro per profezie
umane e divine come oggi ha di succedere in persona del re di Spagna
sopra tutto il mondo, di cui non è il re anima, ma la religione, che può star
tutta in tutto e in ogni membro, contra il detto d’Aristotele; e con politica
mirabile discorro sopra tutti regni del mondo e del fin loro, e come Spagna
ha da guidarsi per arrivarci presto e facilmente. Di più scrissi un libretto Alli
prencipi d’Italia,
che per util loro e di santa Chiesa non dovessero contradire
all’imperio spagnuolo, altrimenti andaranno a ruina; e in che modo si pônno
assicurar della gelosia ch’han da lui: un secreto stupendo. Scrissi pur la tragedia
della Regina di Scozia contra Inghilterra in favor di Spagna.

Dunque io edificava questa monarchia, non la destruìa; e non mi lasciâro
li fiscali interessati in questo negozio presentar detti libri, né difensar secondo
la legge, e sempre mi tennero sotterrato; e al presente sto intra un calaboso
in continuo fetore e oscurità, mai non vedo sole né aria, né messa né
sacramento. Le mura stillano acqua d’està e d’inverno; quando piove intra
l’acqua; mangio poco e male e dormo sempre di notte e giorno con li grilli,
in man d’un luogotenente amico di miei nemici, aggranditi sotto color di
liberar il Regno e lo ruinâro, e mo pensano farmi morire a questa guisa.
Né posso supplicar al Viceré, ché non mi lasciano, né sono inteso.
Pertanto io appello di tutti questi aggravii a Vostra Maestà cattolica,
non deiure, ma de facto, come san Paolo a Cesare; perché, sendo aggravato
da suoi vassalli, né potendo il Papa avermi in mano, ché temono
che non mi liberi subito, perché si sa in Roma e per tutto che questa fu
una baia e tutti fûro liberati gli altri, però, secondo il canone «Regum
est», tocca a Vostra Maestà ascoltarmi e farmi ragione. E in questa solennità
del nascimento del nostro felicissimo principe, dimando solo grazia
d’esser ascoltato secondo la legge, e che mi possa difender di propria bocca,
come pur fu concesso a san Paolo da Nerone, benché era tenuto per
seduttor del mondo e destruttor dell’Imperio romano; e supplico che non
mi lassi morire in questa fossa diabolica contra l’onor di Vostra Maestà.
Perché né anco il Viceré sa come sto; ma il capitano luogotenente li dice:
– Bene e in luoco bono – per compiacere a’ nemici; e li memoriali miei non
fûro creduti; e mo non mi lasciano scrivere, e questa faccio secretamente.
Non ci è chi voglia dir al Viceré una parola per me: e l’orecchie sue stanno
assediate da tanti nemici possenti, che dubbitano non si scopra la falsità
della ribellion finta e li latrocini ch’han fatto sotto questo nome, e di
più ch’io non sia esaltato per li doni che Dio m’ha dato; e si forzano a tutto
potere ch’io non parli a Sua Eccellenza, dicendo che son pazzie e diavolarie
le mie parole.

E io mi protesto avanti di Vostra Maestà che voglio rivelare cose di grandissima
utilità alla santa Chiesa e alla monarchia di Vostra Maestà, e che ho
parole del Cielo d’avvisarle. E per prova di quel che dico, tengo, secondo il
decretale, autorità divina come quella di san Giovan Battista alli Farisei, e
miracoli più grandi e stupendi di quelli di Moisè al re Faraone; e quando
non li farò vedere a Vostra Maestà, mi condanno da me stesso al fuoco. Però
veda per l’amor di Dio di farmi venir a Spagna, perché in questo paese
non mi voleno ascoltare, perché s’adimpisca la profezia sopra a loro, «quos
dies Domini sicut fur in nocte comprehendit»; ma noi «non sumus noctis
neque tenebrarum, vigilemus» ecc. Mi fecero pazzo essi con tanti tormenti
e con non lasciarmi difensare, e Dio con la pazzia mi ha difeso da quelli, ché
resisteva alla sapienza. Questi son doni gratis dati anche a’ peccatori. Dicono
pure ch’ho finto d’esser pazzo: io rispondo che David e Solone si finsero
pazzi per lo stesso modo e son lodati da san Geronimo. Io non dico queste
parole per allungar la vita, ma solo per il beneficio publico a cui mi son consacrato;
e mi contento subito morire ch’averò fatto veder questi miracoli a
Vostra Maestà; e se non li farò, tanto più. Sto come Ieremia in carcere dell’empio
Ionathas, e ’l re Sedecia ha paura di parlarmi. Consideri Vostra
Maestà che nelle cause importanti sempre errâro li giudici bassi e han fatto
morire li filosofi e li profeti.

Però io dimando di venir inanti a lei e del suo Consiglio: e veda che l’istorici
nel futuro poi scopreno il vero; e gli animi semplici delli prencipi
spesso sono ingannati dalli satrapi, come disse il re Assuero: pensi che ella
pure può essere ingannata da chi cercò gloriarsi appresso lei. E alli prencipi
nel negozio di Stato ogni mosca pare cavallo. E in questo secolo tenebroso il
cane può parer lupo, perché è venuto il tempo che disse san Pietro: «Venient
illusores iuxta proprias conscientias ambulantes et dicentes: – Ubi
est promissio aut adventus eius? ex quo dormierunt patres, omnia perseverant
sicut ab initio creaturae». E io dimostro contra filosofi e astronomi di
questo tempo che «non perseverant» ecc. E santa Brigida dice che in questo
tempo «veritas et honor prosternetur, sapientes et senes non levabunt caput».
Ohimè, come è vero! Non disprezzi la Maestà Cattolica una persona
che li vuol parlare di parte Dio, e mostrar con miracoli quel che dice. Perché
Dio s’adirerà contra lei: ancora ch’io fossi falsario, deve al nome di tanto
Signore ascoltarmi, e poi punirmi della falsità per gloria sua, e non dire
col re Achaz: «Non petam signum» ecc., ch’io dico con Isaia: «Audi, domus
David: nunquid parum vobis est molestos esse hominibus, quia molesti estis
et Deo meo? propterea Dominus ipse dabit» ecc.

Di più, io prometto a servizio di Vostra Maestà e di santa Chiesa far le
opere seguenti, sotto pena della vita se mento. Dalle quali ne resulterà
quel che tutte nazioni aspettano, di felicitarsi nella quinta monarchia di
santi. È prudenza non credermi; ma malignità non voler veder la prova,
nonché sciocchezza. Che n’ha Vostra Maestà uccidendo un fraticello?
Ma molto n’ha, si farà quel che promette: «excellens in arte non debet
mori, de iure gentium», e Platone e san Tomaso solo i membri inutili tagliano
dal corpo della republica; e io prometto utilità incredibili a chi ha
picciola anima. Solo avvertisco che li Spagnoli non ascoltano volentieri le
virtù di stranieri: e deveriano spagnolarli, come facea Roma, per vincere il
mondo; e pensino ch’un Italiano ha dato il Mondo Nuovo a Spagna, e un
la calamita per dominare il mare, e un Todesco gli archibugi per intrar a’
paesi inaccessibili; e ch’a Spagna toccano solo in questo tempo le arti della
pace e della guerra:

Excudent alii spirantia mollius aera,
credo equidem, vivos ducent de marmore vultus,
orabunt causas melius ecc.;

ma poi:

Tu regere imperio populos, Romane (nunc: Hispane), memento:
Hac tibi erunt artes, pacisque imponere morem,
parcere subiectis et debellare superbos.

Prometto fra venticinque mesi far le seguenti opere, le certe certamente,
le probabili probabilmente, a pena capitale, che non possono esser notate
né di eresia, né di senso stirato, né di adulazione, ma fortificate con la ragion
commune e autorità de santi e di sapienti di tutte nazioni; e risponder ad
ogni contradicente usque ad satisfactionem animi.

In primis, perché dicono che il Re ha fatto spesa per me, prometto subito
augumentare l’entrate del Regno di centomila ducati l’anno più che l’ordinario
con utile e gaudio di popoli e gloria del Re, e ’l medesimo fare in molti
altri regni suoi.

2. Far guadagnar al Re cinquecentomila ducati per una volta, che s’abbino
ad impiegare ad una impresa atta a darli prestamente la monarchia
d’Europa, e stabilir in Italia una gran sicurtà per quella.

3. Prometto dar un libro, dove si mostra esser venuto il tempo che s’adimpisca
la promessa d’Abramo, «ut heres esset mundi», e che, dopo lunghi
scompigli avvenuti a’ mortali per la diversità di sette e moltitudine di
principati, ha da unirsi tutto sotto una fede e un regno, con quella felicità
ch’è cantata da’ poeti per secol d’oro, descritta da’ filosofi per stato di ottima
republica, e predetta da’ profeti in Gerusalem liberata, e aspettata da
tutte nazioni con desiderio commune; e che tocca al Re Cattolico universale
unir la monarchia aurea e far tempio di tutto l’universo a Dio del Cielo; e
che, sì come lo cinge per giro e pose il continuo sacrificio nel mondo, ha
di possederlo nella sua ampiezza secondo i profeti e figure antiche; e che
di ciò n’abbia gran piacere il Pontefice, e tutti prìncipi sian forzati per ragione
a crederlo e li popoli a volerlo. Questo è gran punto, perché pur quelli
chi repugnôrno, trovandosi in qualche disagio, son mossi nel core a voler
quel che l’ordine divino approba, e gli altri s’accordano de facili per tanta
autorità, come faceano con Ciro e Alessandro e altri, chi di simil titolo si
serviano ad arrivar alle grandezze loro; e già si vede che, dove inchina la
profezia e la voglia commune predicata da’ savi, inchina anche l’imperio
per natura, come sanno i politici dotti nell’istorie.

4. Un altro libro secreto dar al Re del modo facile e presto di aggiongere
a tal monarchia per via politica e profetale e maniere sante e mirabili, e scoprir
molti errori che tardano la fortuna di tal imperio.

5. Far un libro contra politici e macchiavellisti, che con la peste di questo
secolo e impedimento di tal monarchia, perché si fondan la ragion di
Stato nell’amor proprio e non del publico, scoprendo quanto s’ingannino
nella dottrina dell’anima e in pensare che la religione sia arte di Stato, e
che quanti seguîro tal sentenza ruinâro in sé o nei posteri subito; e che Spagna,
non la seguendo, sempre girà inanti; e avanzar tutti scrittori in questa
materia e far che non possa rispondere qualunque ostinato sofista per consenso
di savi.

6. Un altro libro, per lo quale si possa da ogni mediocre persona convertire
li Gentili dell’Indie orientali e occidentali alla fede cattolica con li princìpi
di ciascuna setta loro e con ragion comune, poiché non credeno autorità,
e con prove mirabili, ancora non pensate: attissimo a scompigliar i regni
loro e tirarli a sé con meraviglia.

7. Dar un volume contra Luterani e Calvinisti e altri settari, che li possa
convincere ogni mediocre ingegno alla prima disputa, e che il modo finora
usato con loro è uno allungar la lite, il che è specie di vittoria a chi mantiene
il torto.

8. Andar in Germania, lasciando quattro parenti in pregione, e convertir
alla fede cattolica almeno duo di prencipi protestanti, e tornare fra quindici
mesi con gli ambasciatori loro; e inanti mostrar il modo a Sua Eccellenza
come io possa farlo sicuramente.

9. Dopo, far sessanta discepoli armati di ragioni, di profezie, di testimonianze
e prove mirabili e desiderio di martirio, e mandarli a predicar contra
gli eretici con certo avviso di loro instante ruina; e ch’essi si confessano vinti,
ma noi non sappiamo tôrre il frutto della vittoria; e suscitar guerra spirituale
contra la loro grammaticale.

10. Insegnare filosofia, logica, retorica, poetica, politica, medicina, cosmografia
e astrologia in spazio d’un anno a tutti ingegni atti ad imparare,
con modo mirabile e facile, facendo che il mondo serva per libro e per memoria
locale, e che sian risoluti più nelle cose che nelle parole e avanzino gli
altri, versati dieci anni in studi communi.

11. Rifar tutte le scienze naturali e morali cavandole dalla Scrittura e dottori
sacri per distoglier la gioventù dalli libri gentili, che nutricano l’impietà
di questo secolo; e che siano più facili, certe e comprobate di ragioni sensate
e auttorità convincenti, che non sono i libri di Platone e d’Aristotele, per
consenso di sapienti chi l’esaminaranno.

12. Far nova astronomia, poiché il cielo è tutto mutato e manca al
Mondo Nuovo; e figurar nelle ignote stelle dell’altro emisfero gli eroi della
conquista, come in questo han fatto i Caldei ed Egizi e Greci, con gloria di
Spagna e del nome cristiano; e scoprir i sintomi del mondo morituro per
fuoco, in favor di san Pietro, contra i filosofi e astronomi ordinari, il che è
fatto.

13. Aprir nova porta e facile agli Ebrei e Turchi per intrar alla fede; e
scoprir Macometto Anticristo, con veri signali; e che dell’ultimo suo gran
capo son li Calvinisti precursori.

Prometto ancora per gloria della Monarchia di Spagna le seguenti cose
come probabili:

Primo: edificar una città salubre e inespugnabile che, mirandola solamente
s’imparino tutte le scienze istoricamente.

2. Far che i vascelli senza remi navighino anche senza vento, quando gli
altri stanno in calma.

3. Far che le carra vadano tirate dal vento meglio che nella China, s’è
vero che ivi s’usino.

4. Far che i soldati a cavallo adoprino ambe le mani senza tener briglia e
guidar il cavallo bene per ogni verso, meglio che i Tartari.

5. Rimedi di rinovar la vita ogni sette anni e molte altre cose, che non le
crede chi non m’intese: però le taccio.

Prudentissimo re, mentre nullo può parlar per me, io son forzato vantarmi
in questo giudicio: e Plutarco mostra che in tal evento non è presunzione,
tanto più che posso mostrar esser vero quanto dico, con l’esperienza.
Colombo, quando disse voler trovar un mondo nuovo, fu burlato
come pazzo, e da alcuni tenuto per eretico, perché sant’Agostino nega gli
antipodi: e pur lo trovò e portò tanta gloria a Spagna; e quei chi fecero
voltar le molina col vento e li spiedi col fumo, non erano creduti e lo han
fatto. Dunque non disprezzi Vostra Maestà questo meschino, che forse è
fatale strumento di sue glorie; e perché sappia ch’io son atto a far questo,
oltre li predetti libri ch’ho composto di pensieri novi e non trascritti,
scrissi anche con princìpi novi li sequenti libri, ch’alla sua monarchia portino
splendore: e Alessandro conobbe questo quando la nova dottrina
d’Aristotile accettò per farsi ammirabile. Nòce la mutazione alli Stati piccioli,
non capaci di grandezze, e la mutazion di religione a tutti, quando si
peggiora: il che qui non avviene se non in meglio, soprastando la rinovazion
del secolo ecc.

Scrissi:

[1]. De rerum universitate iuxta propria principia libri viginti.

[2]. De sensu rerum et magia libri quattuor.

[3]. De investigatione rerum libri tres.

[4]. De insomniis, unus.

[5]. De dialectica, rhetorica et poëtica libri quinque.

[6]. De propria medicina, unus.

[7]. De arteriis, venis et nervis et eorum origine, motu et usu et facultatibus
unus.

[8]. De filosofia naturale dui compendii vari.

[9]. Uno Epilogo magno di quanto ho disputato in natura e moralità.

[10]. De philosophia Pythagoreorum libri tres in versu Latino.

[11]. Contra Aristotelem pro Telesio libri octo.

[12]. Apologia ad Sanctum Officium pro philosophis Magnae Graeciae.

[13]. De propria republica, unus.

[14]. Della monarchia universale alli prìncipi cristiani, un volume.

[15]. Del governo ecclesiastico per far una gregge e un pastore libro uno.

[16]. De politica aforismi centocinquanta.

[17]. Un Dialogo magno contra Luterani e Calvinisti.

[18]. De praedestinatione et gratia et libero arbitrio contra Molinam pro
Thomistis articoli quinquaginta
.

[19]. De episcopo liber unus.

[20]. La esamina di tutte le sette del mondo a paragon del Vangelio con
la ragion comune e di tutte scole di filosofi antichi e moderni per ogni scienza,
un volume.

[21]. De metafisica tre parti con princìpi novi: Possanza, Sapienza e
Amore; e di lor soggetti: Essenza, Verità e Bontà; e delle influenze loro magne:
Fato, Armonia e Necessità; e con la prova di tutte le scienze.

[22]. De nova astronomia libri quattuor, imperfetti, contra Aristotele e
Telesio e Copernico e Tolomeo, togliendo il moto violento e gli orbi eccentrici
e concentrici ed epicicli, con vera ragione delle apparenze e con li sintomi
del mondo perituro per fuoco.

[23]. Dell’arte cavaglieresca, un trattato.

[24]. Un discorso a’ Veneziani richiesto da loro, se dovean lasciar parlare
gli ambasciatori strani in senato in lingua pure strana.

[25]. Un volume di rime varie e nòve, ch’abbraccia tutta la legge eterna e
sue dipendenze, con una salmodia mirabile, e sonetti e canzoni a varie republiche
e regni e amici.

[26]. De eventibus praesentis saeculi articoli prophetales duodeviginti e
molte altre orazioni, discorsi e trattati ecc.

Questi m’offero presentar subito e disputarli con vittoria contra ognuno
usque ad satisfactionem, con tutto che son invenzioni nòve e non volgari ecc.

Pertanto a Vostra Maestà e al suo Consiglio protesto che non è bene far
perire inauditi li vassalli suoi, che son atti alla sua grandezza e alla gloria di
Dio: e che mirino bene che da questo inganno, scoprendosi, saperanno assai
meglio per l’avvenire guidarsi e nullo ardirà levar bugie; tanto più che agli avvisi
celesti m’offero con prove celesti dar sicurtà e certezza, e come servo di
Dio mi protesto che s’oda un chi parla a nome di tanto Signore. Sapienti son
in Spagna assai per esaminar queste verità, e non sono interessati in tal negozio
come in questo paese; o almeno mi lascino andar in Roma a dar conto di
questo fatto e di me stesso: ché, si son certi gli avversarii di tener ragione, sarà
fatta più a loro che a me, poverello, infamato e consumato e solo, che non ho
altro che la lingua e la ragione per me, ma molto oppressa. Nostro Signor Dio
doni intelletto a Vostra Maestà per beneficio universale. Amen.
Sappia che han riferito che vennero li Turchi quell’anno chiamati da noi,
e non fu vero; e fecero morire nel molo alcuni ladri sotto nome di ribelli, per
dar ad intendere che scopriron la ribellione, e fu bugia. Or se in cose tanto
manifeste fingono, che sarà nel processo secreto?

Fra Tomaso Campanella, spia delle opere di Dio.

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