Tommaso Campanella, Lettere, n. 11

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AL CARDINALE ODOARDO FARNESE IN ROMA

Napoli, 30 agosto 1606

All’illustrissimo e reverendissimo signore cardinal Farnese, padrone colendissimo.

Quello altissimo Dio, chi mi liberò di sette tormenti orrendi e «a laqueo
venantium» e dalla furia «conclamantium: – Crucifige, crucifìge!», perché si
manifesti la sua gloria in me, servo suo vilissimo, laonde,«quia noluit mundus
cognoscere per sapientiam Dei virtutem, placuit Deo per stultitiam salvos
facere credentes», come è scritto, mi dona anche animo e commodità,
dentro una fossa d’acqua puzzolenta dove mai non vedo giorno, sempre inferrato
e morto di fame e di mille afflizioni confuso, tra cinquanta leopardi
chi mi guardano, di scrivere a Vostra Signoria illustrissima e supplicarla che
m’aiuti a tanto ch’io possa veder luce solo per annunziare alla santa Chiesa
quel che fin mo non m’ha voluto credere, e confirmarlo con miracoli e testimonianze
di Cielo e di terra. Son accusato per ribello ed eretico, per lo
che otto anni cominciano che sto sepolto «donec veniret verbum eius»:
e le dico che la ribellion mia è come quella d’Amos profeta nel settimo, dove
scrive l’empio sacerdote Amasia: «Rebellat contra te Amos, o rex Ieroboam»;
la eresia è come quella di Socrate, [che], per esser più pio degli altri,
fu stimato empio, e così morto.

Vero è che, sendo stato preso io e molti frati dell’Ordine per ribello,
quasi volessemo ribellare il Regno al papa, in tempo che molti officiali e baroni
del Regno erano scommunicati e perseveravano, e la città di Nicastro
interdetta, e in tutte queste cose mi trovai, e fu gridato in Seminara: – Viva
il papa! – dal clero, che armata manuliberò un clerico dalli carceri secolari.
Del che facendo processo lo scommunicato fiscale don Luigi Sciarava per le
parole di fra Dionisio che predicava di mia bocca la novità del secolo – e fu
interpretato per ribellante, e io capo–, fûro necessitati gli amici di dire che
ribellavamo per far eresia e non per il papa, altrimente moriamo tutti de facto,
inconsulto pontifice.
Poi fu posto il negozio a giustizia e si vide il vero
dell’eresia, che tutti testimoni si ritrattâro dicendo perché aveano finto; e
così pur della ribellione, che di ottanta tormentati ad pompam nullo confessò;
e quelli che morîro nelli primi impeti per tormenti diabolici, dissero cose
varie e, morendo, si ritrattâro ad alta voce; e ci son presentate le fedi di confessori.

Tutti poi fûr liberati, e io rimasi solo per coprir l’error di processanti al
Re e al mondo. Non ho testimonio contra me, se non uno morto, che, per
altra causa morendo su le forche, persuaso dal falso fiscale e confessore,
tornò in pregione e disse mirabilia et non subsistentia. L’altri tutti si ritrattâro.
Li revelanti sunt ex dicto fratris Dionysii, qui omnia negavit, se ne fuggìo
e fe’ turco, che tanto gridâro al cane: – Lupo, lupo! – che si fe’ lupo. Ma
Dio lo permesse per la sua lussuria e perché esso ha riferito le parole mie
d’altro modo, volendo uscire in campagna a vendicar la morte di suo zio,
ammazzato da altri frati: e però dicea che dovea perir il Regno; e certi carcerati
per debito l’accusâro e s’indultâro e premii acquistâro.

Or, signor mio, ben sa ella che tutti profeti passâro per questa accusa:
Micheas, «quia non prophetat nobis bona»; Isaia per lo stesso morì; Ieremias
«moriatur quare dixit contra templum hoc» ecc. Degli altri si legge
sempre questa accusa: «benedixit Deo et regi»; e Platone e Senofonte nell’Apologia
in favor di Socrate dicon che questa è querela antica contra li sapienti
nati ad illuminar la gente al meglior vivere, e però odiati da chi governa
male. Non mi ammacchia fra Dionisio, sendo scritto: «Erunt duo
in eodem lecto, unus assumetur, alius relinquetur»; e san Giovanni: «Ex nobis
exierunt, sed non erant ex nobis, nam permansissent» ecc.

Avendo io l’anno ’98 predicato il fin del mondo e la renovazion del secolo
per la mutazion del sole, che da Tolomeo in quaè calato cento e diecimila
miglia, e per la obliquità del zodiaco mancata trenta miglia incirca, e
per la mutazion dell’apogei, eccentricità e d’equinozii e solstizii, ch’arrivano
al proprio quatrato di novanta gradi dal principio del mondo in qua, e son
confuse tutte le figure celesti – cose non intese dagli antichi, parte scoperte
da Copernico con l’osservanze passate, ma con falsi principii e cause, non
cause ragionate, e da me conosciute solo per sintomi della morte del mondo
perituro per fuoco, onde scrissi quattro libri della mortalità del mondo in
favore di san Pietro, contro Aristotele e Tolomeo e Copernico e Telesio,
e palesai come è gionto il tempo: «virtutes coelorum movebuntur» –, tutta
la gente mi venea a dimandar di questo. Occorse nel medesimo tempo l’inondazion
del Tevere e in Calabria cometa e visioni in aria come quelle
di Gerusalem, e li terremoti prodigiosi ch’inghiottîro quasi la mezza Calabria
e Sicilia e fûr da me predetti e antevisti.

E da ciò io predissi la ruina della provinzia, che dovea venir gente forastiera
a conculcarla: come veramente venne Carlo Spinello con più compagnie
di Spagnoli e la disertò d’ogni bene, e compose in denari più di quaranta
persone, e la consumò; e me coi miei prese como ribellante per il
papa. E questa strada sendo da noi con industria schifata, disse per il Turco,
con occasione che un carcerato andò sopra le galere per un riscatto; e dimandò
curiosamente s’era vero quel ch’io predicea, che li Turchi a questo
tempo avean d’esser divisi e la metà farsi Cristiani, secondo scrive Arquato
astrologo e santa Caterina da Siena; e perch’era bandito, si fece fare un
salvocondutto per il mare. E io avvisai questo per uscir dal peggior laberinto
del papa e di tanti vescovi e cardinali chi nominâro nel principio li revelanti.
Talché il fiscale, per vendicarsi di suoi nemici, che fin al Viceré ci pose, ch’era
mio amico per lettera di curiosità, e delli ecclesiastici contra li quali esso
scommunicato tenea la fazione in Nicastro e Melito e Catanzaro, fece quelli
orrendi e falsi processi.

Or io, trovandomi in guai senza aiuto umano, ricorsi a Dio, appellai alla
santità di Paolo quinto e dimandai ch’almeno mi lasciasse defendere secondo
il canone «Pastoralis», De sententia et reiudicata, in Clementinis: che
non devo in man della parte esser tenuto sotto le fosse senza difesa; e
che li avversarii, accorti che il Re potrebbe saper il gran male ch’han fatto,
s’io mi defendessi o potessi scrivere, mi tengono sepolto. Ricorsi al Viceré; e
non mi vuol udire, perché il capitano chi me tiene è amico di nemici e sempre
riferisce male di me; e li possenti nemici, premiati di danari e dignitati
«ex mercede iniquitatis», tengon l’orecchie del Viceré assediate, ch’io non
possa arrivarci con la voce, e combatton contra me con ferri, maniglie, tormenti,
fossi, sbirri e fame. Armi ch’io non ho contra loro; e mi offero d’ogni
cento ragioni dar a loro cinquanta e la mano, purché mi lascin combattere
per via di ragione, della quale son tanto scarsi, che non si fidano darmi al
mio tribunale, dove io son notato d’eretico e di diavolo, ed elli come figliuoli
primogeniti son del papa e della Chiesa.

Dunque la grazia ch’io dimando è solo d’esser ascoltato exiure: e tanto
più ch’io posso far grandissimi beneficii alla Cristianità e non son membro
fracido e resecando dal corpo della republica. Le quali cose presentai al Viceré
e mandai a Sua Beatitudine ancora; e non mi voglion udire, perché forsi
non mi credono. Nel che son prudenti; ma a non voler veder prova son tirati
da imprudenza e malignità de’ nemici. Ebbi in questo luoco dal Signore
revelazioni e miracoli in prova maggior di quelli di Mosè, e autorità come
quelle di san Gioanni secondo il Decretal; e pensano che son bugiardo,
senza veder la sperienza, guidati da ragion di Stato umano: «Venite, cogitemus
adversus Ieremiam et non attendamus ad universos sermones eius».
Veda, per grazia, prima le promesse.

In primis, prometto, sotto pena d’essermi tagliata una mano s’io mento,
di augumentar li vassalli e rendite del regno di Napoli a centomila scudi più
che l’ordinario, con gusto di popoli e gloria del Re, subito svellendo abusi e
piantando virtù; e facilmente il medesimo fare nello Stato della Chiesa ecc.

2. Far guadagnar al Re per una volta cinquecentomila scudi per una impresa
importantissima a tutti negozi d’Europa per la monarchia cattolica,
con facilità e gaudio de’ popoli ancora.

Di più, sotto pena della vita si non riescono, prometto le seguenti imprese
e libri finire in venticinque mesi, che non possino esser notati d’errore, né
di stiratura de’ sensi, né d’adulazione, fortificati con la ragione comune copiosamente
e autorità della Bibbia e di dottori santi e di sapienti d’ogni nazione;
e sodisfar ad ogni contradicente ecc.

In primis, far un libro dove si mostra esser venuto l’articolo magno de’
tempi in cui s’adimpisca la promessa di Abram, «ut heres esset mundi»; e
che, dopo tanti scompigli del mondo avvenuti per la diversità di principati e
di leggi varie, è naturale e conveniente al governator del mondo unir tutte le
genti sotto una sola legge e uno principato felicissimo, cantato da poeti per
secolo d’oro, da filosofi descritto per stato d’ottima republica ancor non vista,
da profeti antevista nella tranquillità di Gerusalem liberata da Babilonia
d’eretici e infedeli, e da sapienti di tutte nazioni predicata, e aspettata dalli
popoli, come pregamo che si faccia la volontà di Dio in terra come si fa in
Cielo; e che tocca a’ re di Spagna congregarla e far una greggia e un pastore,
sotto li cui auspicii si cominciò a girar tutto il mondo. E ch’egli è cattolico,
universale e mistico Ciro, ch’ha da metter il continuo sacrificio in terra, in
ogni momento celebrandosi messa nello suo Stato; e così è antevisto da tutti
profeti e astrologi e prefigurato in Esdra, Neemia, Isaia ecc. E farò che ’l
sommo Pontefice n’abbia gran contento, e tutti prìncipi sian forzati a crederlo
e volerlo senza invidia, e assicurarli con grand’arte certa e sicura dalla
gelosia di Stato; e che tutti popoli d’ogni nazione, anche infideli, lo desiderino
e faccino che sia; perché, dove inchina per profezia e opinione di savii il
ben comune, per natura inchina anche l’imperio, come sanno i politici dotti
nell’istorie.

2. Far un libro secreto al Re, come possa arrivar facilmente a questa monarchia
e presto, per via politica e profetale sicura, e scoprir molti errori
chi tardâro la fortuna del suo imperio; e far un altro al papa del medesimo
modo.

3. Un volume contra politici e macchiavellisti, chi son la peste di questo
secolo e di tal monarchia, fondando la ragion di Stato su l’amor parziale;
mostrando a loro con novi ed efficaci argomenti quanto s’ingannano nella
dottrina dell’anima, e in pensar che la religione sia arte di Stato. Scoprendo
anche come tutti prìncipi chi seguîro tal opinione «ab initio mundi» han
perduto la vita e lo Stato in sé o subito nei posteri loro; e avanzar ogni scrittore
in questa materia, di maniera che non possa risponder qualunque ostinato
sofista, per consenso d’ogni savio.

4. Un volume per convertir li Gentili dell’Indie orientali e occidentali
con li princìpi di ciascuna setta loro e con la ragion commune, poiché
non credeno autorità: che per prova e per giudicio d’ogni savio non potranno
rispondere: e sarà atto a scompigliar i regni loro e tirarli a sé con meraviglia.

5. Un volume contra Luterani e Calvinisti e altri eretici insorgenti, che
possa convincerli ognuno efficacemente alla prima disputa; ché il modo usato
è uno allongar la lite, il che è specie di vittoria a chi mantiene il torto.

6. Andar in Germania, lasciando per ostaggi quattro parenti in pregione,
e convertir alla fede almeno dui di prìncipi protestanti, e screditar Calvino
affatto in quei paesi; e tornar con gli ambasciator loro al Papa fra quindici
mesi, scoprendo, prima che vada, al Papa e al Viceré com’io posso ciò fare
sicuramente.

7. Dopo tornato, far cinquanta discepoli armati d’argomenti, di profezie,
di testimonianze e d’animo risoluto al martirio, e mandarli contra gli eretici
con guerra spiritale più che grammaticale; e assicurarli dell’imminente lor
ruina: ché dove entra ateismo o negazion di libero arbitrio o di providenza
o d’immortalità, necessariamente quel paese ha di mutar legge; e ch’essi
stanno per la resistenza nostra e si confessan vinti, ma noi non sappiamo
cogliere il frutto della vittoria. Oltre le profezie naturali e divine e altre prove
dicende ecc.

8. Insegnar filosofia naturale e morale, logica, retorica, poetica, politica,
astrologia, medicina, cosmografia in spazio d’anno a tutti ingegni atti ad imparare,
con mirabil modo, facendo che lo mondo stesso serva per libro e per
memoria locale; e che sian risoluti più nella scienza delle cose che delle parole,
e avanzino ogni altro versato dieci anni nelli studii communi ecc.

9. Componer di nuovo tutte le scienze naturali e morali, cavandole dalla
Bibbia e santi Padri, per scioglier la gioventù dalla dottrina greca, zizzania
del Vangelio e nutrimento dell’impietà di questo secolo, che fa svanir l’ingegni
e oscurare, come predisse Catone; e avanzarò in quelle Aristotele
e Platone di certezza, di verità, di facilità, di pietà e d’efficacia di prove al
senso esposte e confirmate dal divino lume.

10. Componer l’astronomia di nuovo, ché tutto il cielo è mutato di Cristo
in qua, e figurar nelle ignote stelle del Mondo Novo gli eroi della conquista,
con gloria di Spagna e della Cristianità, come han fatto li Caldei ed
Egizi nel nostro; e scoprir la mortalità del mondo per fuoco, contra Aristotele,
Tolomeo, Copernico, in favor del Vangelio; e migliorar il calendario.

11. Aprir nova e sicura porta agli Ebrei e Macomettani per intrar alla
fede: scoprir con novi segni Macometo Anticristo e far cessar la meraviglia
della sua potenza e di suoi satelliti Calvinisti.

Di più prometto le seguenti cose come probabili, sotto pena di perder
l’onor di letterato, se non riescono tutte ecc.:

1. Fabricar una città ammirabile al Re, salubre e inespugnabile, che, mirandola
solo, s’imparino tutte scienze istoricamente.

2. Far che li vascelli, senza remi, navighino anche senza vento, quando
l’altri stanno in calma, con magistero facile; e guadagnar il tempo e ’l nemico.

3. Far caminar le carra per terra col vento con buoni pesi, meglio forsi
che non s’usa nella China.

4. Far che li soldati a cavallo adoprino ambe le mani senza tener briglia, e
guidar bene il cavallo per ogni verso, meglio ch’i Tartari.

Tutte queste cose io pensavo fare per levar la macchia che mi fu data nel
Santo Officio, come appare dalle conclusioni da me scritte che speravo sostener
in Roma nell’anno santo; tra le quali ci son duecento della mutazion
di questo secolo e della profezia e in favor di Spagna. E io edificavo la signoria
di Spagna e della Chiesa quando fui carcerato come distruttor di
quelle; e per segno ho scritto li infra notati libri in favor loro, e non mi lasciano
presentarli, perché non possa arrivar alla grazia del Re e della Chiesa.

1. In primis, un libro di Discorsi sopra la monarchia di Spagna e di tutti
regni del mondo in suo favore per fato e politica ecc., al regente Martos dato.

2. Un Discorso a’ prìncipi d’Italia, che per ben del Cristianesmo e di loro
Stati non abboriscano l’imperio spagnuolo, e con che arte si pônno assicurare
dalla gelosia ecc.

3. La tragedia della Regina di Scozia, per Spagna contra Inghilterra.
4. Di più La monarchia universale di Cristiani: la tiene il cardinale San
Giorgio.

5. Un libro secreto al Papa per far un gregge e un pastore con le forze
sole della Chiesa, benché ognun repugnasse.

6. Di politica, aforismi centocinquanta.

7. De propria republica liber unus.

8. De episcopo liber unus.

9. De praedestinatione et gratia contra Molinam pro Thomistis quaestiones
quinquaginta.

10. De rerum universitate iuxta propria principia libri viginti.

11. De sensu rerum et magia libri quattuor.

12. De investigatione rerum libri tres. 13. De insomniis liber unus.

14. De arteriis, nervis et venis, et facultatibus et usibus eorum et motibus
liber unus contra medicos.

15. De filosofia naturale compendi dui vari.

16. Pro Telesio contra Aristotelem libri octo.

17. De rhetorica, poëtica et dialectica proprii libri sex.

18. Un Epilogo magno di ciò ch’ho filosofato e disputato intorno alle cose
naturali e morali.

19. De philosophia Pythagoreorum libri tres in versu Latino.

20. Apologia pro philosophis Magnae Graeciae ad Sanctum Officium.

21. De metafisica secondo i suoi principi novi tre parti: de Possanza, Sapienza
e Amore; e di lor oggetti, Essenza, Verità e Bontà; e di lor influenze
magne, Fato, Armonia e Necessità.

22. De eventibus praesentis saeculi articuli prophetales, duodeviginti.

23. De astronomia libri quattuor contra Aristotelem,Ptolomaeum, Copernicum
et Telesium, demptis orbibus et excentricis et concentricis et epicyclis et
raptibus; et simul de symptomatis mundi per ignem interituri, pro divo Petro.

24. Dell’arte cavaglieresca un trattato.

25. Un discorso a’ Veneziani, richiesto da loro, se dovean lasciar parlar
in lingua strana e non veneziana gli ambasciatori spagnuoli e francesi nel lor
senato.

26. Cur sapientes et prophetae nationum omnium in magnis temporum articulis
fere omnes rebellionis et haeresis tanquam proprio simul crimine notentur,
ac morti violentae subiaceant, et postmodum cultu et religione reviviscant,
tractatus duo.

27. Un volume di sonetti e canzoni a varie republiche, regni e amici, e
salmodia della legge naturale e divina in tutte cose, e suoi lamenti e profezie
in novo modo di poetare.

Da queste scritture, che son tutte salve, può vedere com’io edificava la
Chiesa e ‘l Regno; e ch’ad ogni cosa pensava altro che a quel che mi s’impone;
e anche come son atto a far quanto prometto, poich’è fatto in età di
trentun anno, che fui preso in questo travaglio.

Di più l’avviso come, avendo io visto l’eclisse dello Spirito tra Cristiani,
lo qual solo ci distingue dall’altre nazioni, poiché tutte defendon la lor legge
con argomenti, miracoli e profezie e coll’Inquisizione, mi son risoluto ad
esaminar l’Evangelio con tutte le leggi delle nazioni antiche e moderne dell’uno
e dell’altro emisfero, e così con tutte scienze d’ogni setta di filosofanti.
Arrivai al vero della nostra legge, che in lei sta solo la purità della legge naturale,
e solo vi son aggionti li sacramenti per aiuto ad assicurar la legge della
natura. E conobbi li miracoli e profezie vere e false, e d’ogni cosa son risoluto,
e dell’eclisse dello Spirito e del ritorno di Dio agli uomini vicino; che,
se ci fe’ senza aver bisogno di noi, come se ne avesse, così pur ci guida e con
noi tratta come se di noi avesse bisogno, e non n’ha, ma gode dell’opere sue,
perché son sue. Così anche della morte del mondo.

E m’occorse veder la natività d’una persona: li dissi ch’era inclinata alla
profezia, li donai il modo di disponersi all’influsso divino; e perché egli era
scelerato, li comparse il Diavolo, e dicea esser angelo, e ci donò avviso di
tutte le cose future a molti regni del mondo, e del papato, e di Venezia ch’ha
a rovinare. Io poi dimandai segni come Gedeone, s’era Dio o angelo; ci li
promesse. E perché non insegnassi a colui a scoprir il Diavolo, esso Diavolo
mi fece ponere in questa fossa con stratagemma stupenda che non posso
scrivere. Qui aspettai scienze del cielo e libertà, secondo egli mi predisse:
vennero più diavoli, mi afflissero assai, perché io non mi lasciai ingannare;
finalmente con molta orazione e flagelli ebbi rivelazion del vero, che quello
era demonio, e delle cose soprastanno in Roma d’ecclesiastici e di Venezia,
delle quali parte scrivo a nostro signore Papa e al Cardinale d’Ascoli, ché
qua non ho più carta e tempo. E perché ci possa dirli, piacque al Signore
darmi autorità come quella del san Gioanni a’ Farisei, e miracoli più stupendi
che quelli di Mosè, per convertir il mondo al vero Evangelio e umiliar
li prìncipi alla santa Chiesa; e son dieci mesi e non posso aver audienza.

E ora io seppi il negozio di Venezia, e mandai queste scritture. Pertanto
supplico Vostra Signoria illustrissima che per beneficio della Cristianità
m’aiuti con Sua Beatitudine, mi faccia venir a Roma: ché non solo farò li
libri e l’imprese che prometto in questa lista a loro data, ma li miracoli e
profezie, non per prova dell’innocenza mia, che fui scelerato, ma per confirma
del Vangelio e spavento delli rebelli della Chiesa. E se non è così in
tutto quanto scrivo, m’obligo ad esser subito brugiato; e con questa condizione
mi pônno dimandar dal Viceré, ché forsi mi darà: ché, se mento, il
Santo Officio mi rimandarà a Napoli. Veda, per l’amor di Dio, di farla
da vero apostolo e aiutar che ’l Viceré non mi faccia morire senza veder prova
di tante cose mirabili; ch’al Re non giova uccider un fraticello che può
esser tanto utile. Io ho fatto il mio officio di pregare; Vostra Signoria illustrissima
faccia il suo, di favorire la ragione, che però sta in questo grado
eminente e non per bellezza e mostra. Non ho nova di Monsignore di Civitaducale;
però direttamente indrizzai a Vostra Signoria illustrissima, nata a
ben di buoni. Amen.

30 d’agosto 1606.

Fra Tomaso Campanella, spia delle opere di Dio.

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