Tommaso Campanella, Lettere, n. 119

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A NICOLAS CLAUDE FABRI DE PEIRESC
IN AIX-EN-PROVENCE

Parigi, 25 maggio 1635

Illustrissimo signore e padrone osservandissimo,

adesso proprio, 25 maggio, ore quattro post meridiem, è venuto il signor
Deodato con un avviso di Vostra Signoria illustrissima e reverendissima giustamente
lamentevole, ch’io abbia sparlato del signor Cassendo, suo carissimo,
e mio onorando padrone. Mi dispiace del suo disgusto più che d’altro,
perché, sendo questa una mera bugia e di persona sfacciata e imprudente,
non fo caso. Sappia anche, che scrissero anche a Roma ch’io dissi e dico a
chi mi vien a visitare: – Avete qualche dubio? – ecc., e che poi non lo risolvo.
Per il che il santo Papa, che m’ama di core, ne sentì disgusto e me lo fe’ scrivere;
e all’incontro ebbe Roma lettere di persone assai segnalate del modesto
modo com’io mi porto, e che mai son restato di sodisfare a tutti, e che la Sorbona
e tutti letterati fan conto ecc. Anzi, io mi vergogno a dire quanto soverchiamente
mi stimano e lodano, etiam con epigrammi ecc., persone gravi ecc.

Quanto poi al signor Cassendo, io ho testificato a tutti che lui è persona
di costumi ottimi e veramente filosofichi, il cheè fondamento di sapienza; e
che sia gran matematico e astronomo e osservator mirabile; e quanto gusto
io ebbi di conoscerlo presenzialmente. Quanto poi alla filosofia epicurea,
che consiste solo in atomi e in vacuo, dissi, domandato da persone che
con ischerzo parlavan del signor Cassendo in questa materia, ch’io ho quella
filosofia per insofficiente a render causa di tutte cose; e che il signor Cassendo
non la tiene, se non forsi quanto alla materia; e che lui tiene il senso delle
cose: e per segno, parlando meco delle comete, disse che sentono intra l’etera,
e vanno con simpatia, e han causa finale seco. Non mi ricordo se ho
detto questo, ma tra me e ’l signor Cassendo è passato questo discorso; però
non può essere ch’io abbia detto che tiene una filosofia vana e deficiente.
Anzi, con tutti ho detto che mi pareva mille anni che lui fosse arrivato in
Parigi per gustar delle sue virtù; e sempre che s’è parlato di comete e di
eclissi, ho anteposto la sua virtù e osservazioni a quante n’ho viste.

Ma se non fosse altro, sendo cosa cara di Vostra Signoria illustrissima
– di cui sa il mondo come io parlo, e che le dedico un libro, e ch’il nostro
secolo non ha suo pari ecc., e pregai che mi mandi i vostri titoli – non potea
esser ch’io ne parlassi se non con riputazione grande. Di grazia Vostra Signoria
illustrissima si levi questo scrupolo e mi tenga per vero suo servo
egreggio, filosofico e non cortigiano né vacantello; e mi scriva donde ha saputo
questo, perché lo farò disdire in presenza di buoni. Questi ben veggiono
quanto io stimo Vostra Signoria illustrissima e come ne parlo, e m’invidiano
la sua grazia; né può esser omo bono chi questo scrive, e dubito di
persona che dice e scrive mal di tutti, e del Galileo e di Tilesio, di Copernico,
di Stigliola. Sto aspettando il baullo e poi li scriverò a lungo. Non so se
Rossi le ha portato la mia e s’ha avuto l’altre. Scrivo correndo. A Dio.

Parigi, 25 maggio 1635.

Di Vostra Signoria illustrissima e reverendissima
servitore obligatissimo e fidelissimo
Fra Campanella ecc.

Fo riverenza al signor Cassendo, e la prego che li faccia parte di questa verità:
perché io più stimo un monte d’oro, come è lui, che mille di pietra,
come son questi ciarloni rapportatori. Scrivo in fretta e in colera, e non ho
voluto differire. Però scusi lo scrivere intricato.

[A tergo:] All’illustrissimo e reverendissimo signor l’abbate Fabri,
monsignor de Peresc, padron colendissimo. Aix.

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