Tommaso Campanella, Lettere, n. 129

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A MONSIGNOR FRANCESCO INGOLI IN ROMA

Parigi, 25 settembre 1635

Illustrissimo e reverendissimo signore padrone osservandissimo,

scrivendo a Vostra Signoria illustrissima intendo scriver a tutta la santa
Congregazione de propaganda fide, avvisando che io, minimo servo di santa
Chiesa, avendo disputato più volte con gli eretici di Francia, ho trovato che
molti son ateisti: e però s’accommodano alla setta nella quale vivon più commodamente,
e contra questi non c’è rimedio, se non quel libro che scrissi De
agnoscenda religione secundum omnes scientias, idest Atheismus triumphatus
,
che stampai in Roma. E Sua Beatitudine ha fatto punto, perché un paragrafo
parea contra la bulla fatta adversus iudiciarios, mentre dice che «etiam secundum
astrologos, quibus non credendum, sed ex eis contra atheos arguendum
ad hominem, nostra religio non est in decremento, sed in augmento». E Sua
Beatitudine volle ch’io levassi via il prognostico in chi mi fondavo a dire che
la religione è crescente; e ’l padre Mostro poi volea ch’io levassi via tutti luochi
dove argomento contra etnici ex dictis astrologorum et praecipue contra
Mahometanos.
E perché questo è un levar via il massimo luoco teologico, come
dice Melchior Cano: «Goliam proprio gladio confodere», e favorir a
Manichei, dicenti che Mosè e san Matteo errâro ponendo l’astrologismo di
Balaam e la nova stella, io non sequitai, pensando trattar con Sua Beatitudine,
ma la persecuzione nol permise. Però io ristamparò questo libro desideratissimo
ma con la correzione di Nostro Signore, chi leva via il pronosticare,
ma non l’argomentare ex dictis astrologorum et haereticorum et ethnicorum,
come fe’ san Paolo, e poi tutti i Padri e san Tomaso.

Secondo: trovai che li ministri non vônno intrar in disputa con patto che,
s’io li vinco per filosofia e teologia, si faccin catolici; ond’ho mostrato che
veramente o son ateisti o bestie, e di ciò fo un opuscolo.

Terzo: trovai che la plebe sta incantata col dire frequentissimo di ministri,
che semo idolatri nell’adorar l’imagini, e che togliemo a lor il sangue nella santa
Cena, e che dicemo l’officii in latino, perché son pieni di biastemme, e non
volemo ch’il popolo ciò conosca. E questo nelli villaggi. Ma nelle città son
convinti, circa la reprobazione, che senteno male, e circa «concursum Dei
ad opera mala aeque ac ad bona»; e li ministri si difendeno con san Tomaso
e con l’Alvarez. E io ho fatto a tutti toccar con mano che mai san Tomaso
pose lo inevitabil decreto a Dio e a noi; anzi, per fuggir questo, vien a dire
che «Deus etiam ignorat futura contingentia et libera, nisi prout coexistunt
aeternitati realiter, non obiective tantum». E perché contra questa coesistenza,
trovata da san Tomaso divinamente, molti argomentano fortemente, e però
ritornano al decreto, io li consolo con sottile metafisica etiam di san Tomaso.
E l’ho vinto, e mostrato che non bisognava a san Tomaso cercar con tanto
stento come Dio sa li futuri contingenti e liberi, se avesse presupposto il decreto;
perché le cose non pônno non succedere se son decretate, né in altro
tempo e modo e grado che son decretate; onde la coexistenza reale anche,
non che obiettiva, è soverchia e piena di scogli ecc.; ma, ben intesa, non
sol si conosce necessaria ex divo Thoma a salvar la contingenza e libertà,
ma anche è soavissima e facile all’intelletto: e in ciò s’è previsto.

Or son venuti più ministri da me, e in particolare duoi convertiti alla fede
catolica, dottissimi e ferventissimi a predicare e disputare contra eretici; e mi
portâro l’incluso scritto, perch’io meditassi più circa la conversione; e son di
pensiero, secondo hanno inteso da me e per fama, che papa Urbano VIII è il
più savio e ’l più zelante papa di quanti ne fûro dopo san Pietro: onde sperano
che provederà integramente al bisogno della conversione. Le mando a Vostra
Signoria illustrissima scritte di man loro le consulte e dimande ecc. Io, per levarli
parte del fastidio, se volesse saper da me quel che si può fare, poiché sto
super faciem loci, dico: al primo, circa i motivi che tengon ostinati gli eretici, si
deve proveder per via del braccio secolare e con libretti contrari a quelli di
ministri; e questo si fa. Al secondo, s’è provisto bene con li ministri e si fa
un libello per la plebe. Al terzo, benché san Gregorio per lo scandalo abbia
scritto a Sireno, vescovo di Marseglia, che tolga via l’imagini da’ tempi,
non so se qui fosse bene, perché scandalizzarebbonsi i catolici; ma dichiarar
efficacemente in che senso tenemo l’imagini per un libretto volgare. Al quarto,
stimo necessario che si dica la messa nei luochi d’eretici in lingua latina e
gallicana giontamente, come in Roma si canta l’Evangelio e in greco e in latino.

Ai motivi di ministri rispondo, prima, che si deve da’ vescovi dar salario
per predicare contra, se son poveri; e questo si fa, se pur non abbondantemente.
Ma si deven ammonir a distribuirli con più diligenza ai meritevoli e
fatiganti ecc. Al secondo, «honorentur ministerio praedicationis continuatae
et hortatu ad principes, ut ipsorum curam honestam gerant. Ad tertium,
consimiliter. Circa consultationem in modo agendi cum haereticis, respondeo
ad primum, secundum, tertium, quartum, quintum et sextum: bene
quidem eos consulere ex parte de his qui praedicant verbum. Sed circa disputationem
ego confeci libellum, quo unica disputatione tantum possit
quilibet mediocris ingeni convincere haereticos; quoniam prolixitas disputationis
ostentat quasi speciem victoriae causam falsam iniustamque defendentibus.
Dabo illis approbatum libellum a sacris theologis et episcopis».

Al modo che voglion osservare, cominciando le dispute da quelli dogmi nei
quali manifestamente son convitti e si vergognano più defenderli, io consento:
questo mostra la fisiologia e logica e retorica. Avvertendo sempre quel che dice
sant’Agostino ch’«aliter disputandum de praedestinatione etc. post haeresim
Pelagianam»: così, a questo tempo, aliter etiam post haeresim Lutheranam.
E cominciare dalle chiare: che il far bene e ’l far male portan gli uomini al Paradiso
o all’Inferno, e questo comanda ogni legge, e che potemo far l’uno e
l’altro, e che dove al ben non potemo, Dio s’obligò paternaliteraiutar che possiamo;
né ti comanda volar senza darti l’ale e, come dice san Leone e ’l Concilio
tridentino, «iubet facere quod potes, petere quod non potes, adiuvat ut
possis etc. simul etc.». Li decreti di Dio eterni son ignoti; quel che s’è detto è
noto e si deve esequire; e noi disputamo di quel che non si sa da loro né da noi
senza rivelazione divina, come tutti Padri dissero e osservâro. Ho con tutto ciò
sodisfatto a tutti con san Tomaso ben letto in tutti suoi libri e ben inteso.

Circa le dimande loro, io risposi che, se gli eretici vônno convertirsi, per
certo, concedendoli il calice e lasciando l’imagini per adesso, si può fare: est
in manu sancti pontificis ex Concilio Tridentino
; se no, no ecc. Circa la messa
volgare, si deveria assolutamente concedere propter argumentum ecc.

Io in tutto me sottopongo a quel che Sua Beatitudine e la santa Congregazione
diranno; ho fatto quel che si può ecc.: «servi inutiles sumus». Le
scrissi per l’altra quel che si può far del principe d’Etiopia: è di far andar il
Padre frate Antonio alla missione in Etiopia, e ’l principe aspettar qui il
loro ritorno o avviso ecc.; aspetto risposta da Vostra Signoria illustrissima.

Ho scritto In quibus possunt communicare et in quibus non cum schismaticis
et infidelibus
: non so se fu dato a Vostra Signoria illustrissima: restò
tra scritti miei.

Resto al comando di Vostra Signoria illustrissima e li prego da Dio ogni
contento. Bacio le mani.

Parigi, a 25 settembre 1635.

Di Vostra Signoria illustrissima e reverendissima
servitore umilissimo
Fra Tomaso Campanella
[A tergo:] All’illustrissimo e reverendissimo monsignor Ingoli, secretario
della santa Congregazione de propaganda fide, padrone osservandissimo.
Roma, alla Cancelleria.

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