Tommaso Campanella, Lettere, n. 140

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A NICOLAS-CLAUDE FABRI DE PEIRESC
IN AIX-EN-PROVENCE

Parigi, 19 giugno 1636

Illustrissimo e reverendissimo signore e padron colendissimo,

non ho scritto a Vostra Signoria illustrissima finora aspettando il fine
della stampa del mio libro De sensu rerum riformato e difeso ampiamente
com’ella vedrà. Lo presentai prima al signor Cardinal Duca con molto
suo gusto et ammirazione degli astanti per le tante carezze che mi faceva,
e dopo volle ch’in sua presenza e di moltissimi signori io facessi un discorso
politico sopra li presenti affari. M’ha restituito la pensione tutta, che li ministri
m’avean diminuito in 200 scudi, come fecero a tutti pensionarii pro
rata
, stante la necessità della guerra, dicendo ch’io non devo esser compreso.
Vostra Signoria illustrissima mi favorisca considerar la dedicatoria e la
difesa col signor Gassendo, il qual d’alcuni s’aspetta qui (dicono) in questa
settimana e mi stupisco che l’illustrissimo suo fratello et io nol sappiamo.

Quanto alla sua dimanda, rispondo ch’io son certissimo ch’il signor Galileo
in molte cose, massime nei principii, è con Democrito e dal discorrer
c’ha fatto meco in Roma, e da quel che ne scrive nell’opuscolo De natantibus
e nel Saggiatore, e ’l padre Castelli [e]t monsignor [C]iampoli e condiscepoli
così [per] tal lo difendeno. El fra Paolo ab antiquo si sa essere
stato democritico, perché Giovan Battista Porta suo amico quando stava
in Napoli fra Paolo, e col quale han fatto molte operazioni chimiche, me
l’ha narrato. El signor Galileo conversò con lui, quando eravamo in Padua
nel 1593, quando di gregale diventò più ch’eggreggio, et io forzato a partire
non communicai col predetto fra Paolo. Francesco Sopravia, medico
di Seminara, città di Calabria ulteriore, fiorì nel tempo del Telesio e leggeva
con meraviglia a tutti l’opinioni di Leucippo e Democrito, quando io ero di
16 anni. Poi andai, crescendo di senno e desiderio di sapere, nella Calabria
citeriore, dove era il Telesio, e non l’ho potuto vedere se non morto, quando
li feci un epigramma e lessi i libri suoi. E poscia Latino Tancredi telesiano
mi disse in Napoli ch’avea conversato col Sopravia e ch’era d’alto ingegno
e commendava sopra tutti Democrito. L’opere sue restaro in man
di femine di casa, e credo ch’ancora l’abbiano. Io trattai con molti per averle,
e non ho potuto. Né son ito a Seminara secondo desideravo, quando cominciaro
i miei guai nel 1599. Commisi in Roma a fra Tommaso Guiscardo
suo paesano ch’investigasse. Questo è giovane del mio ordine, studente
nella Minerva. Non so che s’è fatto. Potrebbe seco trattar il signor cavalier
Pozzo.

M’ha narrato il signor fratello l’affascinamento del signor nepote di Vostra
Signoria, fatto da chi vorrebbe, contra la Republica da Vostra Signoria
difesa, far tutto per la privata. Spero si ravvederà per le radici buone ch’ei tiene,
che sempre ponno germinar buoni frutti dopo li pravi. Però Mosè non
vuol si mangino i frutti primi delle piante novelle se non dopo li tre anni.

Dispiacemi che li bastava sol il nome d’esser nipote di Vostra Signoria illustrissima
a farlo benvolere e stimare da tutto il mondo, e lui s’ha tronca[to]
questo vantaggio col quale è nato, e troppo ci vorrebbe a riguadagnarlo o acquistarsi
il simile etc. Dio lo perdoni. Ho parlato col signor Cancelliere ch’è
partial di Vostra Signoria illustrissima e mio assai, e spero che li farà un’ottima
correzione, quando verrà qua, come si dice, a litigare. Et io servo vostro
non mancherò, se posso, farlo ravvedere di questo errore immenso, che potrebbe
cancellare in parte col dimandar perdono, et in tutto con l’imitar poi le
vestiggia di Vostra Signoria illustrissima.

Adesso seguitan l’altre opere, e di tutto sempre darò raguaglio a Vostra
Signoria illustrissima come mio padrone. Fra tanto li prego da Dio contentezza
e vita lunga a beneficio de’ buoni.

Parigi, 19 di giugno 1636

Di Vostra Signoria illustrissima e reverendissima
servitore obligatissimo e divotissimo
T. Campanella

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