Tommaso Campanella, Lettere, n. 171

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AL CARDINAL NIPOTE ANTONIO BARBERINI IN ROMA

Parigi, 1° febbraio 1639

Eminentissimo e reverendissimo signor padrone colendissimo,

come a protettor di Franza e divoto ex toto corde, secondo con gli effetti
dimonstra, io, come servoex toto corde e salvo sotto la medesma corona,
fior del mondo e sostegno di santa Chiesa, mando a Vostra Eminenza,
per appendice di le feste ch’ell’ha fatto, l’Ecloga ch’ho fatto io nella natività
del principe il Delfino. La supplico che spedisca il breve del Padre Bellis,
poiché son presentati già a monsignor Nunzio li requisiti che Vostra Eminenza
mi commandava. E sappia che questa renitenza ha impedito parte
della conversione, ma, più che tutto, l’opinione che si diffende nella Minerva,
ch’ogni cosa e ogni effetto è da Dio predestinato e fatto efficacemente,
talché noi siamo esecutori e non consecutori del bene e male ordinato.
Questo punto fin ora trattenne li prìncipi a non consentire a Lutero e Calvino,
predicanti che l’ecclesiastici non deveno avere ben temporali, pensando
che da quelli con tal aiuto si mantiene la purità della fede in Roma. Ma
adesso, che per tutto s’è promulgato ex Alvarez e Bannes ecc., che è la medesma
fede di papisti e d’uguenotti, poiché l’una e l’altra determina con
decreto absoluto e non condizionato tutti li atti naturali e umani, già credeno
che diffendere il papato non è diffendere la fede, ma l’autorità usurpata
dal papa sopra vescovi e prìncipi. Talché, come persuade La Milletier
nei suoi libri, di quali vi mandai l’estratto, e molti altri scrittori animati da
l’Alvarez e suoi seguaci nella Minerva, ora li prìncipi, chiariti che l’una e
l’altra fede è la medesma, deveno togliere al clero tutti beni e giurdizioni,
e lasciarli solo il ministerio di sacramenti; e se alcuni prìncipi torneranno
alla fede catolica, tornerebbeno con questo patto: di tener la fede minervista
e li beni ecclesiastici per sé. E ogni giorno escono novi libretti di questa
materia, e hanno avuto ardire di conortar il Re di Franza al medesmo, e che
facesse col fratello e con il Papa come fece Salomone con Adonia e Abiatar.
La somma pietà del Re e la religiosa diligenza del Cardinal Duca hanno
fatto brugiare e proibire queste sorti di libri; ma però resta grande scandalo
nei populi e mal sapore nella mente di alcuni officiali biechi: però non
vi meravigliate de’ tanti tòni, ma aspettate la pioggia orrenda. Del che son
tre anni ch’io scrivo a Nostro Signore; ma le mie lettere forsi non arrivano
nelle sue mani, come anco mi trattennero i Commenti sopra i poemi di Sua
Santità, togliendo a Sua Santità il gusto di vederli stampati per tôrre a me la
grazia di quella.

E monsignor Nunzio ben sa quanti pericoli e fatiche io ho preso per il
bene commune: e li minervisti non pensano fino a smaccare la mia autorità
con la ruina di tutti? E supplicai a Vostra Eminenza che me mandasse li
dubbi fatti contro il mio libro, con promessa di monstrare ch’essi tengono
l’opinione eretica e io la catolica, o di condennare al foco tutti li libri miei; e
pur nessun ha voluto mandarmi questi dubbi, e io sono sforzato providermi
con le academie dell’Europa contra le calunnie loro, contrarie al remedio
unico, che è di san Tomaso e non mio. Fingan pur li maligni altrimente.

Di più, ho supplicato la Sua Santità che consideri bene de sodisfare a la
Franza, e dare il mantello a chi ti cerca la tunica; perché, perdendo questo
aiuto, resterete in preda di quelli che fingono d’aiutarvi. E si dice per tutto
che le discordie fra Vostra Eminenza e il cardinal Barberino sono per recare
ruina non che scandali. Non posso dir altro e la vera affezione mi transportò
a tanto. Prego l’Altissimo che conservi Vostra Eminenza nella sua grazia e
la santa Chiesa nella sua gloria. Si dice ancora che la promozione di Cardinali
è disturdata sempre con nove invenzioni da quelli che non amano la
continuazione della grandezza in Casa Barberina, né l’appoggio potentissimo
della Franza. Resto promptissimo ad ogni suo comando con lealtà filosofica
e non cortigiana, perché io vivo come scrivo, e Nostro Signore mi cognobbe,
con tutto che altri procurassero che mi disconoscesse. Il seculo futuro giudicarà di noi, e al fine Dio.

Parigi, al primo di febbraro 1639.

Di Vostra Eminenza
servitore umilissimo e divotissimo
fra Tomaso Campanella

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