Tommaso Campanella, Lettere, n. 12

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AL CARDINALE CINZIO ALDOBRANDINI IN ROMA

Napoli, 30 agosto 1606

All’illustrissimo e reverendissimo monsignor cardinal Sangeorgi, padrone
colendissimo.

Il glorioso nome ch’ha Vostra Signoria illustrissima di favorir la virtù non
solo ne’ servi suoi, quia«et ethnici hoc faciunt», ma in tutte le persone, e
stimarsi a tutti nato, sempre mi fe’ desiderare d’esserli servitore, come
sa; né mai ne fui degno. Però adesso questa sua apostolica cortesia mi fa
animoso a dimandarle grazia, che s’adopri con Sua Beatitudine ch’io venga
in Roma a difensar la causa mia e far cose di grande importanza per la Chiesa
di Dio, che non per altro, come sentirà, m’ha conservato da tante morti in
mezzo di nemici potentissimi, col freddo dove nocea il caldo e con la stoltizia
dov’era odiosa la virtù. Né senza miracolo, da tante persone guardato,
scrivo questa; e prego non si sappia dalla parte, perché più non m’affligga in
questa fossa oscura e puzzolenta, dove mai vedo cielo né luce, sempre inferrato
e di fame e di guai oppresso.

E certo queste son l’armi con le quali meco combatte la parte avversa;
ché di ragioni le darei, d’ogni cento, cinquanta e la mano, se con quelle volesse
oppugnarmi e non con violenza tanta, ignota al Re, alla cui orecchia
verità non arriva: ché la gente bassa non ardisce dirla, e li satrapi mi son
contrarii e l’un con l’altro si rispettano, e l’orecchie del principe son assediate
per me sempre. Anzi, con ragioni di Stato sataniche li persuadeno che
non mi doni alla Chiesa e non mi lasci defensar secondo il canon «Pastoralis»,
De sententia et re iudicata, in Clementinis, e secondo la ragion naturale,
dubitando non si scoprano li latrocini di Calabria e l’infamia ch’han dato
alla provinzia di sediziosa, e per conseguenza al Re di tiranno. Son li regi
gelosi dello Stato più che della innamorata; e la gelosia fa parer ogni mosca
cavallo; e crede ciò che li è detto, e cerca tôrsi via ogni sospetto, o vero o
falso; quindi è che tutti filosofi delle nazioni, come scrive Platone e Senofonte
nella difesa di Socrate, fûr accusati d’eretici e ribelli, e così tutti profeti e
apostoli e nostro signore Giesù.

Dunque, sappia che la ribellion mia è come quella d’Amos, contra cui
scrissero li satrapi: «Rebellat contra te Amos, o rex Ieroboam»; e di profeti
si legge tal accusa: «Benedixit Deo et regi». E la eresia è cosa finta da noi
frati per schifar la prima furia, perché ci voleano far morire inconsulto Pontifice,
facendo processo contra il Papa e Cardinali e vescovi, e contra lo stesso
Viceré, ch’era mio amico, che voleamo ribellare il Regno a tempo ch’erano
interdetta la città di Nicastro e scommunicati tanti officiali, prìncipi e
baroni, e ogni piazza era piena di dispute di giurisdizione, e occorsero inondazioni,
terremoti e visioni in aria, per le quali io predissi la rovina della provinzia,
come avvenne; ché la corsero armata manu e la disertâro d’ogni bene,
e ognun si componea in danari, perché si dicea che ci facean morire senza
processo.

Talché, per parer nemici al Papa, si disse la eresia: e già s’è visto il vero,
poiché fummo posti a giustizia e tutti liberati, e così anche della ribellione; e
io non ho altro testimonio esaminato in mio foro se non Maurizio Rinaldis, a
cui fu promesso la vita sub verbo regio, che dicesse su la forca quel ch’in
mille tormenti negato avea; e poi l’ingannâro. Fra Dionisio fuggìo e appostatò:
ché tanto si grida: – Lupo, lupo! – al cane, che diventa lupo. Se
ben Dio lo permesse: ché gran causa fu egli di quelli romori, perché volea
uscir in campagna ad uccider un frate che fe’ ammazzar suo zio; e riferia
quelle profezie mie a questo fine variamente. Ma come si difende san
Gioanni, mi difendo io: «Non erant ex nobis, si exierunt ex nobis; nam permansissent
nobiscum»; e Cristo signor nostro: «Erunt duo in eodem lecto,
unus assumetur, alius relinquetur».

Ed è tanto chiara l’innocenza, che non si fidano venir alla luce del tribunal
ecclesiastico a contender meco; ma sotto le fosse, che non possa parlare,
né scrivere, né dir cosa, se non qual, come, quando e a chi essi vogliono; e li
giudici passati servîro pro forma – nella causa di me solo, dico – e li presenti
per ombra. E perché sappia che non cercano il ben del Re, ma coprir l’inganno
– e così ingannano il Viceré –, li mando quest’utilissime promesse,
ch’ho fatto al Re e alla santa Chiesa, e mirabilissime, nelle quali non mi voglion
sentire, perché la prova non li condanni di calunniatori. E di più il Signore
m’ha fatto grazia di molte revelazioni e di miracoli per beneficio della
Chiesa e dell’imminente roina, e li mandai a Roma; e non son inteso. Io dico
che son savi a non credermi, ma imprudenti e maligni a non voler veder la
prova. Però supplico m’aiuti con Sua Santità ch’io venga in Roma; e se mento,
ci è fuoco per me, e mi pôn render anche agli avversarii poi e saziarli: e
con tal condizione Vostra Signoria illustrissima mi può favorire col Re e con
Sua Beatitudine, già che si tratta il ben della Cristianità.

E le roine ch’io nelle stelle antevidi, ora l’ho per revelazione di miglior
maniera; e ’l tempo le scopre dopo la congiunzion magna del ’603 e sequenti
eclissi e mutazion d’apogei, eccentricitati, obliquità, d’equinozii e solstizi,
e confusion di figure celesti, e calata del sole verso terra, antevista da
san Gregorio e da me predicata contra li filosofi e astronomi che rendeno
non cause per cause e occultano il Vangelio («Virtutes coelorum movebuntur»),
perché ci sopravenga il Signor come ladro di notte a noi ancora, «qui
non sumus noctis neque tenebrarum». E già si vede che Roma, per la zizzania
delle scienze umane e per la ragion di Stato, opposta alla ragion divina
in quelli chi «terrena sapiunt», ha di patire in questo, sendo avvenuto quel
che [a] Gerosolima nel primo: «Milvus in coelo cognovit tempus suum, turtur
et hirundo et ciconia custodierunt tempus adventus sui, populus autem
meus non cognovit iudicium Domini. Quomodo dicitis: – Sapientes sumus
et lex Domini nobiscum est? Vere mendacium operatus est stylus mendax
scribarum» ecc.; «Ego polluam sanctuarium meum, superbiam Imperii
vestri» ecc.; e: «Stridebunt cardines templi» ecc. Ma non si legge li profeti;
e: – Guai a me! – dice.

1. In primis prometto, sotto la pena d’essermi tagliata una mano se mento,
di augumentar le rendite del regno di Napoli a centomila ducati più che
l’ordinario, con facilità e consolazione di vassalli e gloria del Re: e ’l medesimo
nello Stato ecclesiastico.

2. Far guadagnar al Re per una volta cinquecentomila ducati, impiegandoli
ad un gran negozio necessario a tutte l’imprese d’Europa con beneficio
di popoli e gran profitto alla monarchia catolica.

Questo prometto, perché dicono che hanno speso tanto per causa mia, e
fu per causa di don Luigi Sciarava scomunicato, che fe’ lo processo occulto
e falso per vendicarsi contra il Viceré, suo nemico, e contro il Vescovo de
Milito e d’altri ecclesiastici; e noi voltammo il male a voi per manco male.
Ma perché dicono che volevo far male alla Chiesa e al Re, prometto far le
sequenti imprese e libri perfetti in venticinque mesi, chi non possano notarsi
d’eresia, né d’errore, né di stiratura di senso, né d’adulazione, fortificati di
ragioni convincenti e autorità della Bibbia e di santi Padri e di sapienti d’ogni
nazione; e risponder ad ogni contradicente usque ad satisfactionem animi
e sotto pena della vita.

1. Far un libro in cui si mostra esser già venuto l’articolo magno di tempi,
che s’adimpisca la promessa d’Abramo «ut heres esset mundi»: perché,
dopo tanti scompigli avvenuti al mondo per la diversità di leggi e principati
vari, è naturale e conveniente al Governator del mondo che tutte le nazioni
si riduchino sotto una sola legge vera e uno principato felicissimo, cantato
da’ poeti per secol d’oro, descritto da’ filosofi per Stato d’ottima republica
ancor non vista, antevisto da’ profeti in Gerusalem liberanda da Babilonia
d’infideli con più meraviglia che fu l’esito d’Egitto, e aspettata dalli savi d’ogni
nazione, e cercata dalli popoli cristiani, ut «fiat voluntas Dei in terra sicut
fit in Coelo». E che a’ re di Spagna tocca congregarla sotto una greggia
e un pastore, sotto li cui auspici si cominciò a girar il mondo prodigiosamente,
e pone il continuo sacrificio in ogni momento, facendo un tempio
solo a Dio del Cielo del mondo tutto, come a Ciro fu imposto, ch’è figura
per carne e spirito di questa ultima: monarca cattolico, cioè universale; e far
che ’l Papa ne abbia gran consolazione, e tutti prìncipi sian forzati a crederlo,
anche infideli, e a volerlo, con stupendo modo d’assicurarli dalla gelosia
di Stato. E che tutti popoli del mondo, mossi da tal aspettazione in Cielo e
in terra testificata, concorrano a desiderarlo. Onde poi segue necessariamente
lo imperio dove inclina la profezia e la salute commune e opinion
di savi, come sanno i politici dotti nell’istorie.

2. Far un libro secreto al Re, mostrando come con facilità e prestezza ha
d’arrivar a questa monarchia per via profetale e politica sicura e santa, e scoprir
molti errori che tardano la fortuna del suo imperio. E un altro al sommo
Pontefice di mirabili maniere a questo fine.

3. Un altro volume contra politici e macchiavellisti, chi son la peste di
questo secolo e di tale unione, che metton la ragion di Stato su l’amor proprio
e parziale: mostrando a loro con modi meravigliosi ed efficacissimi e
novi quanto s’ingannino nella dottrina dell’anima, e in pensar che la religione
sia arte di Stato. Scoprendo che come quanti seguîro tal openione sempre
han perduto la vita e lo Stato, o l’han disposto a ruina nelli posteri loro.
E avanzar ogni scrittore in questa materia per confession di savi, che non ne
possa rispondere ostinato sofista; ché solo istorie e astuzie seppe il Macchiavello,
e null’altra scienza, e fuit laqueus et scandalum perversorum hominum
in hoc saeculo
; ed egli stesso lo conobbe.

4. Un volume efficace per convertir li Gentili dell’Indie orientali e occidentali
alla fede con facilità da ogni persona, secondo i princìpi di ciascuna
setta loro, e con la ragion comune, poiché non credeno autorità; e con tal
libro scompigliar tutti regni loro, e tirarli a sé con meraviglia non pensata.

5. Un volume contra Luterani e Calvinisti e altri insorgenti eretici, ch’ogni
persona li possa convincere alla prima disputa; perché il modo che s’usa
con loro è uno allongar la lite, il che è specie di vittoria a chi mantiene il
torto.

6. Andar in Germania, lasciando quattro parenti per ostaggi in carcere, e
convertir almeno dui de’ prìncipi protestanti alla fede cattolica, e tornar fra
quindici mesi con gli ambasciator loro al Papa: e prima dirò a Sua Beatitudine
com’io posso ciò fare sicuramente.

7. Dopo tornato, far cinquanta discepoli armati d’argomenti, di profezie,
di testimonianze e desiderio di martorio, e mandarli contra gli eretici, assicurandosi
della roina loro imminente, che tanto stanno quanto noi li contrastamo
con guerra grammaticale e marziale, ch’in vero si confessano vinti, ma
noi non sappiam servirci del frutto della vittoria; ed è necessario in ogni
paese dove entra ateismo o negazion della providenza o del libero arbitrio
o della immortalità, che abbia tosto a mutar legge, poiché tali openioni fan li
prencipi tiranni e li popoli sediziosi. Oltre le ragioni e profezie e astrologia,
con altre prove, che m’assicurano nel mio secreto.

8. Insegnar filosofia naturale e morale, loica, retorica, poetica, politica, medicina,
astrologia, cosmografia in spazio d’uno anno a tutti ingegni atti ad imparare,
con mirabil modo, facendo ch’il mondo stesso serva per libro o per
memoria locale, e che sian risoluti più nella scienza delle cose che delle parole,
e più certi e sicuri che ogni altro versato dieci anni nelli studi communi.

9. Componer di nuovo tutte le scienze naturali e morali, cavandole dalla
Bibbia e dottori sacri, per distoglier la gioventù dalla dottrina di Gentili,
ch’è zizzania tra ’l Vangelio e fomento d’impietà in questo secolo e confusione
dell’ingegni umani, come predisse Catone, e far libri ch’avanzino
Aristotele e Platone in certezza di verità, efficacia di ragioni al senso esposte
e al lume divino manifeste, e facilità di dottrina.

10. Componer l’astronomia di novo, perché tutto il cielo è mutato, e
manca all’altro emisfero; e figurar in quelle ignote stelle gli eroi della conquista
a gloria di Spagna e del Cristianesmo, come han fatto li Caldei, Egizi
e Greci nel nostro: e scoprir la mortalità del mondo ad ogni senso contra
filosofi e astronomi, in favor del Vangelio, e nòve utilità per il calendario.
11. Aprir una porta nova mirabile non pensata agli Ebrei e Turchi per
intrar alla fede con facilità; e scoprir Macometto Anticristo con novi segnali.

Di più prometto le seguenti cose come probabili, che mi sia vituperio se
non riescono tutte:

1. Edificar una città al Re meravigliosa, salubre e inespugnabile, che solo
mirandola s’imparino tutte le scienze istoricamente.

2. Far che li vascelli senza remi navighino anche senza vento quando gli
altri stanno in calma, e guadagnar tempo e ’l nemico.

3. Far che le carra cammino per terra col vento, meglio forsi che non s’usa
nella China.

4. Che li soldati a cavallo adoprino ambe le mani senza tener briglia e
guidar bene il cavallo per ogni verso, meglio che fanno i Tartari.

Illustrissimo signore, queste cose proposi; e non son udito, perché non al
Re si serve, ma alla ambizion de’ nemici possenti. Li mandai a Sua Santità;
non so che farà. Di più, sappia ch’io sempre ebbi questi concetti per levar le
macchie ch’ebbi nel Santo Officio; del che non se ammiri, sendo scritto:
«Vidi iustos quibus mala proveniunt tanquam opera egerint impiorum».
E di più avevo fatto molti libri di queste materie per il Re, e non mi lascian
presentarli: e così per la Chiesa, affin si veda ch’io edificavo quel ch’essi dicono
che distruggevo; e oltre le conclusioni che pensavo in Roma l’anno
santo sostentare, tra le quali vi son molte della mutazion di questo secolo,
posso mostrare li seguenti libri ch’ho fatto, onde anche si mostra che quel
ch’io prometto è conveniente al mio genio.

[1]. In primis scrissi un gran libro di Discorsi sopra la monarchia di Spagna
ad istanza del regente Martos, e del fine e modo de finire di tutte le signorie
umane per profezia naturale e divina e politica ecc.

[2]. Un Discorso alli prìncipi d’Italia, che per meglio loro e della fede non
deveno abborrir l’imperio di Spagna, e con qual arte può assicurarsi.

[3]. La tragedia della Regina di Scozia, in favor di Spagna contra Inghilterra.

Questi son tutti in Napoli.

[4]. Di più, la Monarchia universale di Cristiani, di cui donai a Vostra
Signoria illustrissima li primi fondamenti, ch’ancora non avevo proceduto
nelle leggi e profezie, ma solo per istoria, politìa e natura.

[5]. Un libro secreto al Papa per far con la forza solo della Chiesa una
greggia e un pastore, benché ognuno repugnasse.

[6]. Di politica propria aforismi centocinquanta.

[7]. Della propria republica libro uno.

[8]. De episcopo liber unus.

[9]. De praedestinatione et libero arbitrio quaestiones quinquaginta contra
Molinam pro Thomistis.

[10]. De rerum universitate iuxta propria principia libri viginti.
[11]. De sensu rerum et magia libri quattuor.

[12]. De investigatione rerum libri tres.

[13]. De insomniis liber unus.

[14]. De filosofia naturale dui compendii varii.

[15]. De rhetorica, poëtica et dialectica proprii libri sex.

[16]. Pro Telesio contra Aristotelem libri octo.

[17]. Apologia ad Sanctum Officium pro philosophis Magnae Graeciae.

[18]. De venarum, arteriarum et nervorum substantia, origine, facultatibus
et motibus, apologia contra medicos.

[19]. De propria medicina contra medicos libri duo.

[20]. De philosophia Pythagoreorum libri quinque in versu Latino.

[21]. Un Epilogo magno di ciò ch’ho filosofato e disputato sopra le cose
naturali e morali.

[22]. Uno Dialogo politico contra Luterani e Calvinisti.

[23]. Un discorso a’ Veneziani richiesto da loro: se dovean lasciar parlar
in senato l’ambasciator spagnuolo e francese in lingua straniera.

[24]. Dell’arte cavaglieresca un discorso.

[25]. De metafisica parti tre con princìpi novi: Possanza, Sapienza e
Amore; e di loro oggetti: Essenza, Verità e Bontà; e di lor influenze magne:
Fato, Armonia e Necessità; con la prova radicale di tutte le scienze e l’esamina
di tutte le sette umane.

[26]. De eventibus praesenti saeculi articuli prophetales duodeviginti.

[27]. Cur sapientes et prophetae omnium nationum in magnis temporum
articulis fere omnes morti violentae subiaceant, et cur rebellionis et haeresis
tamquam proprio crimine notentur, et postmodum cultu et religione reviviscant,
tractatus duo.

[28]. Un volume di sonetti e canzoni a diversi amici e regni e republiche,
e la salmodia della legge eterna naturale e umana, con lamentazioni e profezie
assai, e novo modo di poetare.

[29]. Di più, quattro libri De astronomia contra Aristotelem, Ptolomaeum,
Copernicum et Telesium, demptis orbibus et excentricis et epicyclis
et raptibus; et simul de symptomatis mundi per ignem interituri.

Dunque si vede ch’io pensavo ad ogni cosa altro ch’a far ribellione, e che
quanto prometto fare è quasi fatto; e non mi lascian venire alla prova, «quia
male agens odit lucem» e dubito all’improviso morire. Però supplico per
amor di Dio vero, che m’aiuti con Sua Santità, ch’io venga in Roma per questa
causa.

Di più, sappia il sacramento del giudicio divino: come io, vedendo tra
Cristiani la medesima via naturale di difensar la legge con l’armi, con l’argomenti
logicali, con il martirio e miracoli e con l’Inquisizione essere in tutte le
altre nazioni, ché ognuno si vanta aver queste prove; e che noi abbiamo perduto
quello Spirito lo quale ci facea manifestamente diversi dall’altre nazioni,
onde la santità delli moderni fa dubitar di quella degli antichi; e che ogni
cosa è ragione di Stato, «et qui profitentur verbis se nosse Deum, factis negant»,
mi posi ad esaminar il Vangelio con le leggi di tutte le genti antiche e
moderne, e con le sette di filosofi antichi e moderni, e con tutte le scienze
che caminano fra gli uomini. E perché io assicurassi me e gli altri, m’avvenne
quel ch’è scritto nella Sapienza: «In tentatione ambulat cum eo: tribulationem
et metum inducet super illum et cruciabit illum in tribulatione doctrinae
suae donec innotescant cogitationes suae». E poi: «Laetificabit illum et
denudabit absconsa sua». Voglia Dio sia vero di me l’ultimo come il primo.

Or, avendo visto nella natività d’un uomo ignoto ch’era inclinato alla
profezia, l’insegnai il modo di disponersi all’influsso divino; e perch’io non
poteva trattar con quello, ed esso abusava li doni di Dio, li comparse il Diavolo
come angelo, e n’insegnò assai cose future di tutti regni e la rovina di
Venezia e mutamento del papato. Io dimandai segni, come Gedeone, per saper
s’era angelo o dio, e li promise; ma vedendo ch’io lo stringeva in alcune
openioni che c’insegnava, mi fece ponere in questa fossa con arte indicibile,
che non posso scriverla; e fe’ capitar male quel pover uomo senza ch’io lo sappia.
Qui aspettai dal Cielo scienza e libertà dui anni, come m’avea promesso
il Diavolo; e non riuscendo, m’apparsero molti demonii in varie forme e spesso
mi tormentâro. Mi son posto in orazione e divozion ex toto corde; e Dio mi
mandò mia sorella, che fu sibilla – morìo come santa –, e san Pietro e san
Paolo: e m’insegnâro la verità di dette profezie del Diavolo, e come ci avea
ingannato, e quel che disse di vero e di falso, e come lo sa e come s’inganna.

E son dieci mesi che tratto di parlar al Viceré e alli prelati, alli quali
finalmente parlai, e vedo che si burlano come io mi burlava di mia sorella
qualche volta. E Dio mi donò autorità, secondo il Decretale, come quella
di san Gioan Battista alli Farisei, e miracoli più stupendi che quelli di Mosè
a Faraone; e lo dissi a questi prelati, e non credeno: nel che son prudenti,
ma tirati d’altrui malizia a non voler veder prova, tanto più che questi miracoli
han di convertir Giudei, Turchi, Persiani e Gentili alla fede, e unir li
Cristiani in carità, e raccender fra loro la fede morta. E di questo m’obligai e
obligo, a pena del fuoco s’io mento.

Pertanto supplico che faccia veder a Sua Beatitudine che «spiritus ubi
vult spirat», e che voglia veder esperienza, che questo forsi sarà il rimedio
del negozio di Venezia: ché sempre ci è tempo a darmi alli avversari s’io
mento. Non cerco se non parlar a Sua Beatitudine, e non fingo col Santo
Officio, perché la finzione s’usa contra la violenza, come insegna san Geronimo
per l’esempio di David e di Solone; ma dal Santo Officio ebbi sempre
misericordia e ragione: così l’avessi io qua! Dunque, per fine, supplicando
di questo favore, ch’è beneficio universale, mi resto. Scrissi ad altri
signori Cardinali: utinam audiant e Dio non ci abbia indurato, «qui seducit
corda principum, adducit sacerdotes inglorios et consiliarios ad stultum finem
et optimates supplantat», come dice Iob. Queste non sono prove di
vecchiarella; né da uomo chi sta in India, e non puoi veder prova; né di chi
non ti è soggetto, che non puoi stringerlo alla verità. Dunque ecc.

A’ 30 di agosto 1606.

Taccia la lettera, se li par bene. Io confessai alcune cose con la cautela del
capitolo «Dilecti filii Cistercenses», De accusatione, e non mai ribellion né
eresia. Ma perché questa è causa di tutto il senato di Cardinali illustrissimi e
non di giudici bassi, non m’ascoltano, né pônno. E così anche il Nunzio passato
non m’intese; ché non basta leggista solo a cose tali, e sempre condannâro
li profeti questi giudici di legge con errore, come si sa. Però solo da me
potrà intender il vero, lasciandomi parlare in abundanza di scienza, e non concisamente
«ad laqueum et ruinam»: – Sì e – No, va’ alla fossa, crepa! – ecc. O
Dio, provedi presto! Non caderà una lettera di quanto disse santa Caterina da
Siena ecc. Ma scrissi a Sua Beatitudine assai: può vederlo. Dio sia con noi.

fra Tomaso Campanella,
spia dell’opere di Dio.

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